Canale dei Petroli, Italia Nostra rinnova l'appello: «No a scogliere e palancole»

In questi giorni è all’esame della commissione Salvaguardia il progetto di marginamento del canale Malamocco-Marghera. Il comitato: «Realizzare interfacce funzionali anziché barriere»

Foto: laguna di Venezia nel tratto della Bioraffineria Eni

In questi giorni è all’esame della commissione per la Salvaguardia il progetto di marginamento del Canale Malamocco-Marghera, o dei Petroli, mediante una barriera formata da scogliere e palancole. Italia Nostra non ci sta e chiede «che il progetto venga radicalmente modificato perché in conflitto con la legislazione speciale per Venezia e con la funzionalità lagunare, essendo pregiudizievole per l'ambiente».

Palancole e scogliere

«L’obiettivo di garantire la navigazione in condizioni di sicurezza può essere raggiunto attraverso soluzioni diverse - scrive Italia Nostra -. L’obiettivo dichiarato dall’Autorità Portuale, sostenuto anche da Confindustria, è quello di 'assicurare l’operatività del porto nel rispetto dell’ecosistema lagunare', (precisando che si vogliono impedire gli smottamenti dei sedimenti entro il canale). Questo obiettivo è totalmente condiviso dalle scriventi associazioni che si battono da decenni affinchè l’attività antropica sia garantita e riportata a un quadro di compatibilità con gli equilibri lagunari. Il progetto in esame tuttavia va in direzione opposta a quanto dichiarato. Il progetto prevede, a parte brevi interruzioni, la divisione della laguna con argini emersi, cosa espressamente vietata dalla legislazione vigente. Un analogo progetto presentato nel 2013 era stato fermato dallo stesso Magistrato alle Acque che, riconoscendone le criticità ravvisate allora anche dalla commissione per la Salvaguardia, ne aveva sospeso l’iter autorizzativo».

Il progetto

«Il progetto - continua Italia Nostra - è stato riesumato nella fase di interregno succeduta all’abolizione del Magistrato alle Acque, per di più con la pretesa di sfuggire alla Valutazione di Impatto Ambientale (Via). È noto da almeno tre lustri che vi sono modalità diverse e più evolute di progettare, perseguendo contestualmente gli obiettivi della sicurezza della navigazione e del riequilibrio lagunare. Queste modalità, in recepimento di specifici studi dell’Icram, erano state prescritte dalla stessa Salvaguardia. Riconoscendo che le onde riflesse dalle scogliere mantengono nel canale una destabilizzazione continua del fondale, con perdite di sedimenti, insabbiamenti e necessità di periodici dragaggi, la commissione aveva richiesto soluzioni atte a recepire, anzichè riflettere, le energie provocate dal transito delle navi, convertendole 'da elementi di aggressione a elementi di vivificazione', mediante 'nuovi assetti morfologici e funzionali a trasformarle in fattori di rinaturazione e di nuovo equilibrio dinamico', con stabilizzazione dei sedimenti mobilitati».

Dragaggio

«Il principio - spiega il comitato - è quello di realizzare delle interfacce funzionali anzichè delle barriere, con opere, relazionate alle forzanti, caratterizzate da sequenze di elementi e di interruzioni permeabili per assorbire le energie e trattenere i sedimenti. Si conclude dicendo che la Vinca regionale, evocata quale legittimazione dell’opera, in realtà è uno strumento di valutazione con competenza solo su aspetti floro-faunistici (marginali riguardo alla natura e alle criticità del progetto) e che, dopo aver evidenziato una sequenza di imprecisioni, carenze di analisi e omissioni, ha affermato che il progetto 'varia lo stato di conservazione dell’intero sito, determinando per questo una incidenza significativa negativa'. Questa valutazione tecnica è stata capovolta nelle conclusioni, fino a ritenere inspiegabilmente 'escluso il verificarsi di effetti significativi negativi sui siti'. Per questo insieme di motivi si ritiene di massima importanza che la commissione per la Salvaguardia confermi le prescrizioni già fornite in analoga circostanza. Ci si dichiara aperti ad un confronto, e si chiede che l’intervento urgente sia limitato al dragaggio».

La Via

Le palancolate intercetterebbero, tagliandola, la seconda falda freatica - conclude Italia Nostra -. Dovremmo dunque aspettarci negli anni a venire un incremento della subsidenza, come già è avvenuto dopo le estrazioni artesiane a Marghera degli anni ’30-’70 del secolo scorso. In un allegato alla nota del 6 dicembre con cui l’Autorità di Sistema Portuale risponde a quesiti sollevati dalla Salvaguardia, si legge: 'è circostanza nota che in laguna non ci siano più siti idonei al conferimento di questa tipologia di materiale'. Ma le casse di colmata nelle quali si vogliono scaricare i fanghi non sono discariche. L'Ordinanza della Capitaneria di porto prevede il trasferimento di materiale escavato per questo progetto 'nella cassa di colmata Molo Sali', a Marghera, in un’area non di pregio ambientale: lì possono essere conferiti in ampliamento delle banchine portuali. Ricordiamo che i materiali escavati negli anni passati dagli inquinatissimi canali industriali, per la loro elevatissima pericolosità (mercurio, arsenico, cromo, nichel, ipa, dunque sostanze cancerogene), dovevano essere trattati e vetrificati, come disposto dall’accordo Moranzani e dalla prescrizione unanime della Commissione di Salvaguardia. Lo Stato italiano paga una multa semestrale di decine di milioni di euro all’Unione Europea per questa e altre discariche non messe a norma. Il ministero dell’Ambiente afferma che la 'procedura di Vinca» (a cui il progetto è stato assoggettato) deve essere integrata all’interno dei procedimenti di Via e Vas, sia nazionali che regionali. Per un progetto di tale esiziale impatto sulla laguna occorre dunque una valutazione di impatto ambientale, nonché l’aggiornamento del Piano Morfologico».

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