Coronavirus e anziani: sicurezza sì, isolamento no. Appello trasversale del sindacato-pensionati del Veneto

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di VeneziaToday

L'emergenza Coronavirus ci obbliga a cambiare le nostre abitudini per impegnarci tutti insieme affinché le misure di contenimento siano efficaci a superare l'epidemia. Per gli anziani, invitati dal Governo a ridurre la loro vita sociale, questo non deve tradursi in isolamento. Soprattutto nel nostro Veneto che, con Lombardia ed Emilia-Romagna, è la regione più colpita dal diffondersi del virus: non si può dire a oltre 1,1 milioni di persone (tanti sono gli ultra 65enni in Veneto, un quarto dei quali già vive solo) di chiudersi in casa solo per criterio anagrafico.

Le persone anziane sono invitate a non uscire se non per casi di stretta necessità, e ad evitare luoghi affollati in cui non sia possibile mantenere la distanza di sicurezza. Parallelamente la sospensione delle attività ricreative, culturali o sportive ha colpito anche questo aspetto della socialità per molti anziani più "attivi". Se è vero che queste misure sono necessarie soprattutto per tutelare le fasce più deboli della popolazione, fra le quali ci sono gli anziani con patologie croniche e pregresse, la serietà della situazione va affrontata con responsabilità e buon senso. Il buon senso ci dice che gli anziani in buona salute possono mantenere una vita attiva (passeggiate, relazioni sociali etc.), rispettando tutti gli accorgimenti di igiene e comportamentali indicati dal Ministero della Salute. Non dimentichiamo i molti nonni che – come sempre fanno e in modo particolare in questi momenti - offrono un enorme supporto ai propri figli, permettendogli di conciliare lavoro e vita privata mentre i nipoti sono a casa da scuola. Il buon senso ci dice soprattutto che gli anziani più fragili, essi sì costretti a rimanere in casa, hanno bisogno ora più che mai del sostegno delle famiglie, dei vicini di casa, dei servizi sociali e delle associazioni di volontariato che - a partire dalle nostre Auser, Anteas e Ada - possono incrementare le attività che già svolgono nel territorio, per non lasciarli ancora più soli. 

Possiamo telefonare più spesso ai nostri cari, cosa di particolare conforto per gli anziani non autosufficienti ospitati nelle case di riposo, che non possono ricevere con la frequenza di prima le visite dei loro familiari. Si possono usare strumenti elettronici e digitali per "fare comunità". Si possono attivare iniziative concrete di solidarietà come la spesa a domicilio per anziani soli: gli stessi supermercati farebbero un atto di utilità sociale se riconoscessero agli anziani il diritto alla consegna gratuita della spesa.  Si possono attivare forme di solidarietà di condominio. C'è, infatti, un’altra emergenza da non sottovalutare: è quella della solitudine, che rischia di portare alla depressione. In questo frangente, come sindacati dei pensionati impegnati da lungo tempo in iniziative a sostegno della sanità pubblica, ci sentiamo di ringraziare di cuore tutto il personale medico, infermieristico e tutti gli operatori delle strutture sociosanitarie che, con abnegazione e a rischio della propria salute, stanno facendo un lavoro straordinario, a volte con turni gravosi e pesanti. Terminata questa emergenza, sarà doveroso riprendere una riflessione e una forte azione di rilancio della struttura sanitaria pubblica. Seguiamo con attenzione quello che sta succedendo, consapevoli di rappresentare la parte più esposta e a rischio della popolazione.

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