Sesso, fuoco, vita: Ema racconta una generazione a ritmo di reggaeton

È il film di Pablo Larraín in concorso a Venezia 76. Una contorta vicenda familiare dentro una grande coreografia con luci coloratissime

Pablo Larraín porta sullo schermo Ema, giovane donna carismatica, energica, determinata e testarda nel momento della massima difficoltà. Ema (Mariana Di Girolamo) balla e brucia, e in questo rappresenta tutta una generazione. La storia si sviluppa tra le strade di Valparaíso, città portuale del Cile, come in una grande coreografia e tutto richiama l'estetica della cultura pop giovanile di questi anni: gli abiti maculati, i neon, gli scorci urbani, la luce accecante del fuoco.

Il conflitto generazionale (il marito Gastón ha 12 anni in più di Ema) si traduce in uno scontro tra l'arte "pura", la danza, e quella popolare, il ballo da strada e per la precisione il reggaeton, genere tormentone degli ultimi anni. Qualcuno direbbe che è lo scontro tra mondo "radical chic" e cultura popolare. Da una parte c'è Gastón che sbotta: «Ballate quella merda, ma il reggaeton è come andare a vivere a Ibiza, è come scopare e fare festa e il giorno dopo tornare al lavoro» (guarda caso, al termine del monologo di Bernal il pubblico in sala ha applaudito in segno di approvazione). La risposta è semplice e più o meno suona così: «È ritmo, euforia, eccitazione, erotismo. È ovunque, è vita». Che poi sono le stesse parole del regista: «Fino a prima di questo film, non avevo alcun interesse particolare per il reggaeton. Ma durante il processo di produzione, ho avuto modo di conoscerlo e capire perché l'intera generazione rappresentata in questo film ascolta questa musica. Ha un ritmo che è ovunque, come qualsiasi altro forte elemento che viene dalla cultura pop. Sei lì e sei costretto a conviverci. È un esercizio culturale che ha una sua etica e esistenza estetica. Lo capisco, imparo da esso e finisce che mi interessa. In realtà lo adoro».

I protagonisti si amano, si allontanano, si scaricano addosso le proprie frustrazioni, oppressi dal senso di colpa per non aver saputo gestire il figlio adottato. Ma alla fine va tutto come voleva Ema. In mezzo all'apparente caos in cui precipita la sua vita, alla frenesia delle esperienze estreme, in mezzo al sesso e alla distruzione piromane, c'è un piano lucido che riesce a portare a termine. «Ema è un paradigma, è un personaggio di personaggi -. dice Larraín -. È figlia, madre, sorella, moglie, amante e leader. È molto potente e presenta un tipo di femminilità bella e sorprendente. È motivata da un implacabile individualismo, perché sa chiaramente cosa vuole ed è capace di sedurre coloro che la circondano per allineare il suo destino. Lei vuole essere una madre e avere una famiglia; forse ciò che si muove e motiva lei di più è l'amore».

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