Gabriele Salvatores: «il mio ritorno sulla strada? Volevo stare lì dove la vita scorre»

Tutto il mio folle amore è il nuovo film del regista presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema, un road trip sul rapporto tra padre e figlio

Foto di Massimo Tommasini

Gabriele Salvatores torna alla regia con Tutto il mio folle amore, un film on the road dove si viaggia non solo in strada ma anche dentro di sé per riscoprire l'amore e fare i conti con se stessi. Tratto dal romanzo di Fulvio Ervas, "Se ti abbraccio non aver paura", il film ci trasporta in terre di confine, tra il Firuli Venezia Giulia, la Slovenia e la Croazia. «L'est e i Balcani erano necesari per questo film - sostiene Salvatores - Avevamo bisogno di un confine sia reale che metaforico che padre e figlio dovevano superare e i balcani ci sono serviti a questo». Ed è proprio questo rapporto tra Vincent (Giulio Pranna alla sua prima esperienza da attore) un ragazzo affetto da autismo e il suo padre naturale, Willy (Claudio Santamaria) mai conosciuto fino ai 16 anni, a dominare la scena del film, un rapporto che nasce, si sviluppa ed evolve in modo spontaneo e quasi tenero.

«Tu sei strano, ma pure io sono strano, e che si fa?» dice Claudio Santamaria, il modugno della Dalmazia nel film, ed è proprio questa stranezza a dare carattere al legame tra questi due personaggi e a tenere in piedi il film. «Il mio personaggio non è autistico, è solo strano - ribadisce Santamaria alla conferenza stampa - Ed è l'unico a non trattare il figlio come autistico o con i guanti bianchi, lo tratta da pari a pari e attraverso questo rapporto Vincent potrà avere modo di esprimere tutto il suo folle amore e divnetare uomo. E il mio personaggio? Imparerà a ricucire quell'antica ferita che l’ha fatto fuggire e abbandonare il figlio da ragazzo». 

Il loro è un folle amore che fa fatica a esprimersi se non con i loro tic, le loro manie e la loro unicità e che forse possono capire solo loro. A fare da supporto ai protagonisti c'è Diego Abatantuono e Valeria Golino che interpreta la madre del ragazzo, una donna che ha grosse difficoltà di rapporto con suo figlio con un senso quasi di vergogna e di colpa nei suoi confronti. Una madre che è divisa tra amore e paura del futuro rifugiandosi nell'unico elemento che è in grado di sgomberarle la testa, l'acqua. Nuotatrice lei così come il protagonista del racconto che viene citato più volte nel film, "Il nuotatore" di John Cheever che diventa la metafora della struttura mentale della donna e del film stesso. 

Gabriele Salvatores è in grado di toccare nell'animo lo spettatore, di emozionarlo, di fargli ascoltare buona musica e farlo riflettere ma allo stesso tempo divertire e sceglie il viaggio per farlo, ispirandosi a Shakespeare che più volte nelle sue opere ha preso i suoi personaggi e li ha spostati in luoghi diversi da quelli a cui erano abituati. Nel viaggio si è più vulnerabili, si è più indifesi e forse è proprio questo l'unico punto di partenza per scoprire se stessi e il proprio rapporto con gli altri. 

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