Alberi a terra all'aeroporto: troppo inquinamento nel sottosuolo?

Tre auto distrutte dalle cadute nel parcheggio, l'Arpav avrebbe certificato la presenza di arsenico e altri metalli pesanti oltre il consentito: indagini in corso

Quattro alberi che cadono per il vento potrebbero non costituire un evento degno di attenzione: ma la situazione cambia se gli alberi sono all'apparenza sani, e se il vento era debole, o comunque non così forte da giustificare uno sradicamento delle piante dal suolo. Ed è ciò che è accaduto nei giorni scorsi nel parcheggio dell'aeroporto Marco Polo di Tessera, dove, come riporta la Nuova Venezia, le cadute avrebbero provocato la distruzione di tre auto parcheggiate. Fortunatamente, nessuna persona era presente sul posto in quel momento.

Escludendo altre possibilità, dunque, l'ipotesi è che a causare il crollo degli alberi sia stato l'inquinamento nel sottosuolo del parcheggio, inquinamento che tra l'altro sarebbe stato certificato da un'analisi dell'Arpav. Nel terreno sarebbe stata rilevata la presenza di arsenico e altri metalli pesanti oltre il consentito. Non per niente della vicenda si stanno occupando anche la procura di Venezia e il nucleo operativo ecologico dei carabinieri, impegnati in un'indagine per stabilire cosa davvero ci sia sotto il parcheggio P5 del Marco Polo.

Nell'inchiesta sarebbe coinvolta l'azienda "Mestrinaro" di Zero Branco, che sarebbero accusati di aver venduto ai cantieri edili calce e cemento miscelati con le sostanze inquinanti. Una manovra messa in moto per lucrare facilmente, visto che avrebbe permesso all'impresa di evitare le costose operazioni per rendere inerti i rifiuti inquinati. Il tutto, si ipotizza, moltiplicato per decine di migliaia di tonnellate e un giro d'affari illecito da centinaia di migliaia di euro.

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Il materiale tossico sarebbe stato impiegato, oltre che nel park del Marco Polo, anche nella nuova terza corsia dell'A4 all'altezza del casello di Roncade di Treviso: qui sarebbero stati individuati quantitativi di arsenico, cobalto, nichel, cromo, rame fino a cento volte i limiti tollerati dalla legge. Secondo il gip l'impresa coinvolta, poi sequestrata, anziché recuperare e/o trasformare in inerti i rifiuti trattati avrebbe immesso nell'ambiente grosse quantità di rifiuti, contaminando gli ambiti di destinazione. Operazioni che sarebbero state eseguite tra il 2010 e il 2012, portando alla società un "ingente e ingiusto profitto".

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