I problemi delle carceri di Venezia

Li ha riepilogati il deputato Nicola Pellicani, che ha visitato Santa Maria Maggiore e il penitenziario della Giudecca. Le criticità: sovraffollamento e pochi agenti, ma anche pochi elementi "rieducativi"

Come stanno i detenuti a Venezia? Nicola Pellicani, deputato Pd, ha voluto fare un nuovo punto della situazione nel giorno di Ferragosto, recandosi alle due carceri della città (Santa Maria Maggiore e il penitenziario femminile della Giudecca) per rendersi conto di cos'è cambiato rispetto alle visite precedenti effettuate a Natale e l'8 marzo. Non è solo una questione di condizioni dei carcerati: non va dimenticato, infatti, che la pena detentiva ha una funzione rieducativa. Evidentemente però è così solo sulla carta, visto che i dati - come ricorda lo stesso Pellicani - mostrano che le percentuali di recidiva in Italia sono ancora molto elevate, attorno al 70 per cento. Eppure «il reinserimento nella società dei detenuti è importantissimo - commenta Pellicani - significa più coesione sociale e minori costi da sostenere per la collettività».

Carcere e lavoro

A Santa Maria Maggiore ci sono 230 detenuti, in leggero calo rispetto rispetto all’inverno scorso ma comunque molti di più rispetto ai 161 posti disponibili. Resta perciò il problema del sovraffollamento. Le celle sono inoltre piccole e soprattutto all’ultimo piano si soffre molto il caldo. Tra i detenuti c’è molta attesa per un atto di indulto per i reati minori (l’ultimo risale al 2006), ma soprattutto c'è una gran richiesta di pene alternative al carcere. Gli stranieri sono in netta maggioranza: 147 a fronte di 83 italiani. Tra questi 32 tunisini, 25 romeni, 23 albanesi, 14 nigeriani. Per Pellicani è importante il tema del lavoro: «Durante la visita - riferisce - ho avuto l'opportunità di parlare con vari detenuti, che hanno lamentato la mancanza di occasioni di lavoro all'interno del carcere. Solo in pochi riescono ad essere occupati con attività retribuite durante la giornata. Alcuni, si parla di poche unità, operano nelle attività di laboratorio e una cinquantina nei lavori legati ai servizi carcerari. Tutti gli altri non fanno nulla. Alcuni beneficiano del regime di semilibertà, però si lamentano molto perché non riescono ad usufruire fino in fondo della loro posizione».

Carenza di agenti

C'è poi il problema del personale. Spiega Pellicani: «Gli agenti sono in numero insufficiente con turni molto pesanti, situazione peggiorata dalla presenza di detenuti psichiatrici, la cui gestione è complicata e pericolosa. È di qualche giorno fa l’aggressione di un agente che ha riportato la frattura di un braccio». Pellicani ricorda anche che «il personale chiede da tempo di poter usufruire di alcuni parcheggi per le auto a piazzale Roma, almeno per chi svolge i turni notturni». Tra le persone con cui ha parlato il deputato Pd ci sono Gino Causin, della banda Maniero, uno dei detenuti in regime di semilibertà; il giovane Angelo Valerio Alesini, appartenente a una delle baby gang; i protagonisti del colpo di Palazzo Ducale Vinco Tomic e Dragan Madlenovic; Angelo Di Corrado, coinvolto nel blitz antimafia dell’inverno scorso; e altri ancora.

Il femminile alla Giudecca

Racconta Pellicani: «Il carcere femminile è una realtà certamente più accogliente dove le 81 detenute, di cui 34 straniere, possono lavorare grazie anche all’impegno del mondo cooperativo e delle associazioni in attività di reinserimento sociale. In particolare svolgono lavori retribuiti nella lavanderia, in sartoria, nel laboratorio di cosmesi e nell'orto che produce frutta e verdura biologiche certificate che vengono vendute all’esterno». Per festeggiare Ferragosto un gruppo di volontari formato da studenti universitari, animato dal cappellano fra’ Silvano Galuppo e dalle suore di Santa Maria Bambina ha organizzato un pranzo per le detenute. Al carcere della Giudecca, Pellicani ha incontrato tra le altre Patrizia Armellin e Angelica Cormaci, coinvolte nell'omicidio di Paolo Vaj a Serravalle, e Manuela Cacco.

Madri (e figli) in carcere

Da notare che nel carcere della Giudecca è presente anche un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri detenute), uno dei pochi in Italia, che attualmente accoglie una mamma con i due figli di 5 e 4 anni. Inoltre sono ospitate tre donne incinte. «È una struttura decorosa e il personale è premuroso - riferisce Pellicani - ma i bimbi non possono vivere come detenuti. Sarebbe necessario chiedere la modifica della legge 62 del 2011 per prevedere che le madri con bambini non stiano più negli Icam ma in case famiglia protette». «Come componente della Commissione Antimafia - conclude - sto lavorando per mettere a disposizione alcuni dei beni confiscati alle mafie per la creazione di case famiglia per le detenute e i loro figli. È una situazione che coinvolge pochi bambini, circa una cinquantina, e penso sia urgente fare uno sforzo per risolvere il problema».

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