Gestivano il giro di droga dentro il carcere e fuori: eroina e coca nei pannolini dei bimbi

Indagini dei carabinieri: italiani, tunisini e albanesi dirigevano il traffico dalle celle di Santa Maria Maggiore tramite smartphone. Sostanze portate dentro tramite i figli piccoli di un detenuto. I criminali erano collegati ai pusher operativi nei parchi di Mestre

Avrebbero gestito lo spaccio di droga dalle celle dov'erano detenuti, facendo arrivare gli stupefacenti all'interno del carcere di Venezia. I responsabili del traffico sono stati raggiunti giovedì mattina da 8 ordinanze di custodia cautelare emesse dal tribunale lagunare ed eseguite dai carabinieri. Si tratta di cinque misure di custodia in carcere, due obblighi di dimora e un divieto di dimora nella provincia.

Traffici gestiti via smartphone

È la conclusione di un'indagine condotta dai carabinieri del nucleo investigativo di Venezia tra il novembre del 2016 e l'ottobre del 2017. L'attività ha consentito di appurare che due detenuti, uno di origine albanese e uno italiano, ristretti a Santa Maria Maggiore, avevano la disponibilità di telefoni cellulari con cui mantenevano contatti con l'esterno e dirigevano attività illecite tramite i loro complici: riuscivano così a fare arrivare all'interno del carcere droga e anabolizzanti che poi smerciavano ad altri detenuti. Nelle celle sono stati sequestrati due smartphone, quattro shede sim, due caricabatterie, un centinaio di pastiglie di anabolizzanti e un coltello costruito artigianalmente con lama di 8 centimetri.

Droga portata dentro nei pannolini

Fondamentali per l'indagine le intercettazioni a carico di un cittadino italiano, grazie alle quali è stato verificato che i reclusi hanno ricevuto in più occasioni stupefacenti di vario genere: cocaina, eroina e hashish. L'italiano se li faceva consegnare dalla moglie durante i colloqui periodici. Come ci riuscivano? La donna portava con sé i figli piccoli e nascondeva le sostanze nei pannolini, dopodiché cambiava i piccoli e buttava i pannolini sporchi nella spazzatura. Ci pensava poi un addetto alle pulizie, complice dei malviventi, a recuperare la droga e consegnarla nelle celle. Qui, i detenuti avevano ricavato una nicchia nell'armadietto che utilizzavano per nascondere droga e cellulari.

Spaccio nella terraferma veneziana

L'indagine si è quindi allargata, arrivando a scoprire i canali di approvvigionamento della droga: la moglie del carcerato otteneva cocaina ed hashish dal fratellastro di lui, mentre l'eroina la comprava da una donna veneziana e da un uomo calabrese. Anche il fratellastro gestiva un'autonoma rete di spaccio nella zona di Marghera. E poi c'era il livello superiore, un giro che riusciva a rifornire un'ottantina di clienti nell'area di Mestre-Carpenedo. Le compravendite avvenivano al parco Albanese e nei boschi dell'Osellino, Hayez, bosco di Mestre, oltre che nei bar limitrofi. Individuato un pusher tunisino che agiva insieme alla moglie italiana, la quale girava sempre con il figlio di un anno per allontanare i sospetti da sé e dal marito. Gli spacciatori a loro volta si rifornivano della cocaina da cittadini albanesi. Sequestrati mezzo chilo di cocaina e 2 chili di hashish, oltre a 15mila euro in contanti. Le stesse persone sono ritenute anche responsabili di alcuni furti: è stata trovata refurtiva per un valore di circa 2mila euro. Disposto, inoltre, il sequestro preventivo di beni per un valore di circa 110mila euro.

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L'operazione ha coinvolto, oltre al capoluogo lagunare, anche la provincia di Napoli. L'attività, diretta dal Pm Giorgio Gava, è stata condotta dal nucleo investigativo del Comando provinciale carabinieri di Venezia con l'ausilio delle compagnie di Mestre e di Torre del Greco (Napoli), del 4° Battaglione carabinieri Veneto, del 14° nucleo elicotteri di Belluno e del nucleo cinofili di Torreglia (Padova).

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