I ladri di Palazzo Ducale ci avevano già provato due volte

In pochi giorni, fra il 30 dicembre e il 2 gennaio. Entrambi i tentativi erano andati a vuoto, prima del colpo riuscito il 3 gennaio. Fuggiti in Croazia, sono stati incastrati anche grazie alle foto su Facebook

Si sono mossi con «freddezza e capacità criminale», per usare le parole del procuratore capo Bruno Cherchi. Riuscendo, con caparbietà, a portare a termine il loro piano. I ladri che a gennaio hanno trafugato i gioielli dalla collezione "Tesori dei Moghul e dei Maharaja", a Palazzo Ducale, ci avevano già provato altre due volte. Una prima il 30 dicembre, quando avevano desistito per le difficoltà ad aprire la teca che conteneva i preziosi; poi di nuovo il 2 gennaio: in quel caso a sventare il tentativo era stata una signora presente nella sala, la quale aveva avvertito la vigilanza che una persona stava premendo sulla bacheca. Così gli addetti erano intervenuti e avevano allontanato l'uomo. Senza sospettare, però, che quel visitatore stesse cercando di compiere il furto clamoroso che sarebbe andato a segno il giorno successivo.

Furto e fuga

Un colpo formidabile. La notizia ha fatto il giro del mondo e ci sono voluti oltre dieci mesi per arrivare alla cattura dei presunti responsabili, individuati l'altroieri dalla polizia croata in collaborazione con quella italiana. Cinque le persone raggiunte da ordinanza di custodia cautelare (contestato il reato di furto aggravato), di cui quattro croati e un serbo. Una banda specializzata che aveva agito con abilità e spregiudicatezza, entrando in azione in un luogo teoricamente super-controllato. Erano in tre all'interno di Palazzo Ducale, di cui uno con funzione di "palo": una volta preso possesso del bottino si sono allontanati velocemente e hanno raggiunto piazzale Roma, dove altri due li attendevano in auto, pronti alla fuga. Subito, da Venezia, si sono diretti verso il confine, guidando fino in Croazia senza incontrare ostacoli.

Incastrati dalle foto su Facebook

Il gip ha emesso l'ordinanza di custodia cautelare proprio in virtù dell'azione nel complesso e della "capacità crimale" della banda, sottolineata sia dal procuratore Cherchi che dal dirigente della squadra mobile veneziana, Stefano Signoretti. Fondamentali, per risalire ai responsabili, il lavoro dello Sco (servizio operativo centrale) e della polizia scientifica. I dettagli sono stati diffusi in una conferenza stampa alla quale erano presenti, oltre a Cherchi e Signoretti, il questore di Venezia Danilo Gagliardi e il direttore dello Sco, Alessandro Giuliano. L'indagine era partita dai pochi elementi a disposizione degli investigatori: c'erano le immagini delle telecamere, ma le persone riprese non erano conosciute in Italia. Sono iniziati gli accertamenti sulle celle telefoniche, grazie alle quali è stato possibile risalire alle utenze utilizzate. E poi l'individuazione dell'alloggio in cui uno dei ladri aveva pernottato, le testimonianze, le comparazioni. Anche Facebook è servito: tra le foto di uno dei sospetti gli investigatori hanno riconosciuto un anello, lo stesso che l'uomo - il "capo" della banda - indossava al momento del furto.

E i gioielli?

Della refurtiva, per ora, nessuna traccia. Sono in corso perquisizioni in Croazia, ma è chiaro che un bottino così "scottante" non sarà facile da trovare. Non ci sono evidenze, secondo la polizia, del fatto che si sia trattato di un furto su commissione, ma è anche vero che, per il tipo di bene sottratto, sembra questa l'ipotesi più probabile. Anche perché dietro ci sono degli specialisti: l'uomo considerato la "mente" del colpo, in particolare, era già ricercato per un furto simile commesso in Svizzera nel 2011, a Basilea.

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