Futuro di Venezia in pericolo? Si pensa a salvarla con batteri e "mattoni viventi"

Venerdì mattina la presentazione del prototipo "Living brick": un mattone che promette di generare energia e di autorigenerarsi. La sperimentazione punta dritta alla città lagunare

Il prototipo

Utilizzare dei "mattoni viventi” che producono energia grazie a dei batteri per regalare un futuro alternativo a Venezia, che a causa di cambiamenti devastanti nel rapporto con il crescente livello della marea, rischia di essere sommersa dal mare. Questa la “visione” futuristica del progetto Liar (Living Architecture) che attraverso il “Living Brick” utilizza un’innovativa tecnologia che integra le microbial fuel cells all’interno dei tradizionali materiali per l’architettura come i mattoni e listelle di rivestimento utilizzati per riciclare le acque reflue e produrre energia.

Il progetto è stato presentato venerdì mattina a Venezia da Rachel Armstrong, della Newcastle University, coordinatrice del progetto e da Davide De Lucrezia, di Explora Biotech, società italiana con sede a Mestre e Roma che si occupa della parte microbiologica del processo. Il progetto internazionale è coordinato dalla Newcastle University ed è stato finanziato per i prossimi tre anni dalla comunità europea con 3,2 milioni di euro e coinvolge gruppi di ricerca da tutta Europa come l’università del West of England (UK), l’università di Trento (IT), il Spanish National Research Council (SP) e due aziende fortemente incentrate sulla ricerca e sviluppo come LIQUIFER Systems Group (AU) e, appunto, la veneziana Explora Biotech.

«Nel 2008 mentre ci trovavamo alla Biennale d'Arte cominciammo a chiederci se il destino di Venezia non potesse essere cambiato, munito di qualità con cui poter attivamente combattere gli elementi, in una lotta per la sopravvivenza simile a quella animale adattandosi a condizioni mutevoli secondo un modello che è normalmente associato agli esseri viventi – spiega Rachel Armstrong -. Con i living brick, “mattoni viventi”, stiamo creando dei prototipi che possano essere direttamente adottati e impiegati in una città come Venezia, con la speranza che se ne utilizzino le funzioni aiutandoci a capire come possano incominciare a risolvere i problemi della città. Più precisamente, le architetture viventi possono crescere, avere metabolismi e proprietà autoriparanti. Queste caratteristiche non derivano dall’imitazione di funzioni naturali, ma da processi biologici che, invece di essere esclusi dai limiti di un edificio, sono integrati direttamente nella sua struttura e funzionalità».

I “mattoni viventi” di Liar sono all’avanguardia della progettazione di “living architecture”, in cui l’ambiente costruito adotta proprietà dei sistemi viventi, senza però raggiungerne lo status a tutti gli effetti: incorporano una pila a combustibile microbiologica e producono la propria energia, con cui condurre attività utili e generare un habitat in grado di nutrire i microorganismi non-umani che vi risiedono.

mattoni viventi 2-2-2

«Il prototipo ha una peculiarità  - spiega Davide De Lucrezia - contiene una batteria, alimentata dai batteri capaci di digerire i materiali di scarto e le acque refluee. L’obiettivo che abbiamo raggiunto nei primi sei mesi di lavoro è trasformare un oggetto inerte come un mattone raccolto dall’habitat veneziano, quindi contaminato dalla salsedine e da ogni tipo di detrito, e averlo reso in grado di produrre energia per un termometro e un amperometro abbattendo gli agenti contaminanti nelle acque reflue. In questi tre anni di lavoro sarà nostro compito testarlo e portarlo ad una affidabilità tale da poter venire prodotto in maniera industriale quindi diventare commerciabile con la speranza che venga poi utilizzato nella costruzione di normali edifici per trattare e pretrattare le acque di scarico prima nell’immissione nel sistema cittadino».

A seguire quanto sta accadendo con la sperimentazione del “living brick” c’è già un grande advisor come Arup, una ditta di fama internazionale che presta servizi professionali di ingegneria, design e altro per ogni aspetto dell'ambiente edile che potrebbe diventare il veicolo per il passaggio alla produzione industriale del prototipo che, però, per quanto riguarda il suo lato di studio e sperimentazione italiana, vuole affermarsi a Venezia. «Ci piacerebbe poter testare su un muro di un edificio di recente costruzione, come per esempio alcuni che si trovano alla Giudecca, la nuova tecnica e vedere se l’effetto che ha già avuto su un mattone risulta vincente anche su scala più grande», conclude De Lucrezia.

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