Una corona di fiori per Pateh, migrante morto a Venezia: "Avremmo voluto abbracciarti" VD

Circa 300 persone venerdì hanno voluto ricordare il 22enne. Silenzio e commozione al momento del lancio in Canal Grande. Poi un messaggio ai profughi: "Siete i benvenuti"

Veneziani e migranti (o chi migrante lo è stato) si radunano davanti alla stazione di Venezia e rendono omaggio a Pateh, richiedente asilo morto a 22 anni dopo essersi gettato in Canal Grande a Venezia. Sono circa in 300, forse di più. Tutti chiedono che la morte del giovane non passi invano. "Restiamo umani", si sente scandire a più riprese. Una corona di fiori con i colori della bandiera del Gambia viene lanciata in acqua alle 17 di venerdì, un momento di commozione in memoria di un giovane che cercava un futuro migliore e che invece ha visto la sua vita spegnersi qui, nel capoluogo lagunare. Tutto troppo presto, tutto troppo in fretta. Tra i manifestanti anche il cugino di Pateh, che vive a Milano.

"Vi chiediamo di partecipare accompagnando la vostra presenza con silenzio raccolto e rispetto - dice al megafono una ragazza dell'associazione "La Casa di Amadou", che ha organizzato la cerimonia - È un momento pubblico, vi abbiamo salutato con un 'benvenuti'. Vogliamo dar voce al nostro dolore". L'associazione fa base alla Cita a Marghera, di cui è parroco don Nandino Capovilla. E' anche lui ad avere concepito questa cerimonia.

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"Ci rattristiamo per non aver conosciuto Pateh - continua la giovane - Ma possiamo conoscere tanti profughi come lui, che scappano da situazioni difficili di guerra e povertà, costretti a lasciare la propria casa per affrontare un viaggio lungo e dall’esito ignoto. I nostri sentimenti sono intrecciati nella corona di fiori che lanceremo nel canale. La corona ha i colori della bandiera del Gambia, il Paese in cui è nato Pateh".

Una toccante lettera viene dedicata al migrante: "Caro Pateh, amico sconosciuto che non incontreremo mai. Quanto tormento, disillusione, infinita solitudine devono averti stritolato il cuore per averti fatto compiere quel gesto. Non facevi finta. Hai detto disperatamente basta, basta vita ai margini, basta incertezze, attese esasperanti. non hai fatto finta quando sei partito dalla tua terra povera, non fingevi quando hai iniziato la traversata d’Africa. Non fingevi dentro il barcone, in mezzo a quell’acqua da cui sei uscito salvo. Se sei partito speravi in una vita più degna. All’ultimo momento della tua breve esistenza sei diventato fragile. Perché il salvagente dei diritti, dell’accoglienza degna, calorosa e umana ti è stato lanciato tardi, o male, chissà. Vorremmo averti conosciuto il giorno prima: ti avremmo abbracciato, ti avremmo tenuto stretto. Forse ti sarebbe bastato sapere di non essere solo per farti osservare la nostra laguna con stupore di ragazzo. E saresti rimasto a sospirare il futuro in mezzo a noi, tuoi fratelli".

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Arriva anche un messaggio da Lampedusa, da uno dei responsabili della Fondazione Migrantes, Germano Garatto: "Non esistono confini tra chi è disperato e chi è disperato. Il dolore parla ovunque la stessa lingua. Solo chi ha attraversato, toccato con mano, digerito la sofferenza, riconosce quella autentica negli altri. Nessuno che abbia dovuto sfondare porte per sopravvivere avrà l’egoismo di sbatterne altre in faccia a chi soffre. Pateh vive nel nostro coraggio, nel coraggio di comprendere e parlare tra umani la stessa lingua, prima che sia troppo tardi".

Commenta Mohamed Amin Al Ahdab, della comunità islamica veneziana: "Quando ho saputo sono rimasto scioccato - sottolinea davanti alla stazione - La religione passa in secondo piano. Questo suo gesto non deve passare invano. Se fossi stato a bordo del vaporetto avrei chiesto di avvicinarsi di più. Una morte così è molto triste, ognuno di noi deve mettersi in gioco con la propria umanità".

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Domenica scorsa il giovane Pateh Sabally ha perso la vita mentre tutt'attorno in centinaia di persone hanno assistito alla tragedia. La tragedia di un giovane che non avrebbe voluto essere salvato. L'evento è stato organizzato dall'associazione "La Casa di Amadou", per "unirsi ai fratelli profughi del Gambia con una corona di fiori dei colori del suo Paese. Partecipiamo al loro dolore consapevoli che - come scriviamo nel commiato- 'Caro Pateh, amico nostro fragile, il salvagente dei diritti, dell'accoglienza degna, calorosa e semplicemente umana ti è stato lanciato tardi, o male, o chissà'”. 

Partecipano tra gli altri i ragazzi del Laboratorio occupato Morion: "L'indifferenza, il razzismo, i muri e i centri di accoglienza che vengono edificati sono dentro i nostri territori, nelle città e nei paesi che abitiamo. Dobbiamo dimostrare che questo non è il mondo in cui vogliamo vivere, e queste non sono le stragi di cui saremo silenti complici".

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