Lavori inesistenti per riciclare soldi sporchi: così le aziende si mettevano al servizio della ndrangheta

Il denaro arrivava dalla Calabria per essere ripulito tramite imprese del settore edile. I veneziani coinvolti nell'indagine avevano accumulato un tesoro

Le indagini hanno ricostruito un gran numero di operazioni finanziarie illegali, in particolare decine di fatture per operazioni inesistenti. Obiettivo era riciclare il denaro ricavato da attività illecite proveniente dalla Calabria, soprattutto usura e estorsioni. Tra i personaggi chiave in Veneto c'erano, secondo gli accertamenti della guardia di finanza e dei carabinieri, Federico Semenzato (52 anni), mestrino, e Leonardo Lovo (47), residente a Campagna Lupia. Ma anche Adriano Biasion, 54 anni, di Piove di Sacco, con il fratello Andrea, 46enne residente a Campagna Lupia. Nel corso degli anni avrebbero "ripulito" soldi sporchi dai Bolognino, della cosca Grandi Aracri, per milioni di euro.

Le operazioni di riciclaggio

Attraverso la sua Segeco s.r.l., in particolare, Semenzato «simulava l'esistenza di rapporti di fornitura di servizi supportati da false fatture»: attività inesistenti nel campo edile, come lavori di scavo, nolo di attrezzature, generici «lavori nei cantieri», con pagamenti che potevano andare dai 20mila euro a oltre 100mila. Stesso discorso per le società Immobiliare Tre srl e Biasion Group. I malavitosi ricevevano di volta in volta grosse somme di denaro, ne trattenevano una percentuale e depositavano il resto come pagamento per le false fatture. Le consegne avvenivano spesso nelle località della Riviera (Campagna Lupia, Campolongo Maggiore), ma anche a Mestre. La Segeco, con sede legale in via Salesiani, è un'azienda con una lunga storia: «Nel 1929 Giovanni Semenzato inizia la sua avventura nel settore delle costruzioni ferroviarie - si legge sul sito web - Passione, impegno e dedizione sono stati trasfusi al figlio, che ha sviluppato nel corso degli anni la Segeco, società leader nel settore di macchinari ed attrezzature».

Arresti

I soldi provenivano, si legge nei documenti del giudice, «dall'organizzazione criminale ndrangheta, nello specifico della cosca Grande Aracri insediatasi a Cutro e con autonoma articolazione nel territorio emiliano». Per poi allargarsi anche al Veneto. Ai malavitosi "locali" spettava quindi il compito di attuare «operazioni in modo da ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa» del denaro. Semenzato, Lovo e Adriano Biasion si trovano in carcere. Nei loro confronti il giudice ha disposto il sequestro preventivo di somme di denaro o beni equivalenti ai profitti accumulati negli anni: per il riciclaggio, 3,25 milioni di euro a Lovo, oltre 1,6 milioni a Semenzato, oltre 3,2 milioni a Biasion.

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