Tornare al lavoro dopo cancro o ictus: risultati dell'indagine a cura dell'Università Ca' Foscari

Lo studio del comportamento di oltre 130 mila persone di 16 paesi europei per progettare efficaci politiche di reinserimento occupazionale o misure di sostegno al reddito

Foto: Francesca Zantomio

Il rientro al lavoro dei pazienti guariti da gravi patologie, come ictus e cancro, e loro comportamento in base al sesso. I risultati dell'indagine sono contenuti in una ricerca realizzata, tra gli altri, dall'economista italiana, Francesca Zantomio, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Il campione riguardante 130 mila persone con età superiore ai 50 anni, ha interessato persone appartenenti a 16 paesi europei. Lo scopo: pianificare adeguate politiche di integrazione lavorativa e di welfare.

Secondo la ricerca, tra i generi, quando fisicamente ristabiliti dalle patologie, mentre quello maschile tende a lavorare più ore, quello femminile preferisce godersi più tempo libero. I single? Rischiano, più di altri, di uscire dal mercato del lavoro.

L'indagine pubblicata dalla rivista Labour Economics da Francesca Zantomio, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ed Elisabetta Trevisan, dell’Università degli Studi di Padova si basa sulle indagini campionarie 'Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe e English Longitudinal Study of Ageing', che hanno coinvolto persone osservate per oltre un decennio.

In media, infatti, il primo episodio di infarto, ictus o cancro finisce col raddoppiare il rischio che un ultracinquantenne non lavori più. Il futuro lavorativo però si rivela cruciale per garantirne tenore di vita e benessere economico negli gli anni a venire. Di qui la necessità per la politica pubblica di un compromesso tra l’incentivo al lavoro ed il supporto al reddito nel caso si termini l’attività lavorativa.

"Particolari politiche di integrazione lavorativa possono risultare inefficaci, e inefficienti, se progettate senza tener conto delle esigenze delle persone destinatarie - spiega Francesca Zantomio, professoressa di economia al dipartimento di Economia di Ca’ Foscari -. Chi percepisce il reddito principale in famiglia, tipicamente l’uomo, tende a lavorare di più, una volta ristabilito dopo lo shock. Politiche mirate di riqualificazione lavorativa o abbattimento delle barriere architettoniche, possono credibilmente supportare il reinserimento di questi lavoratori".

"La donna invece, se le condizioni economiche della famiglia lo permettono, preferisce avere più tempo libero dal lavoro, anche perché percepisce un accorciamento della propria speranza di vita – continua la studiosa - Non a caso, sono proprio le donne più istruite a ridurre maggiormente lo sforzo lavorativo, nonostante siano colpite da peggioramenti di salute meno gravi. In questo caso potrebbe rivelarsi inappropriato insistere per un completo reinserimento lavorativo. Chi non ha un partner sul quale contare per un aiuto pratico, ad esempio nella cura personale o domestica, o nel trasporto al lavoro, mostra particolari difficoltà e rimane attivo, anche se, proprio in assenza di altre entrate familiari, rischia di subirne pesanti ricadute".
 

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