Detenuti in rivolta nel carcere di Venezia

Martedì c'è stata una protesta, così come in molti altri penitenziari italiani. Con le nuove norme per il contenimento del virus, i detenuti sono ancora più isolati. I Giuristi Democratici avvertono: «Con il sovraffollamento nelle carceri si rischia una bomba batteriologica»

La polizia all'esterno del carcere

Un gruppo di detenuti del carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia ha inscenato una protesta martedì intorno alle 14. Le forze dell'ordine hanno cercato il più possibile di contenere i danni e ci sono riuscite: intorno alle 16 tutto si è concluso e nessuno è riuscito a evadere dal carcere.

La rivolta

I detenuti di un padiglione, come molti altri in diverse strutture d'Italia, durante la rivolta hanno provocato dei danni nell'edificio, svuotando estintori e danneggiando altri oggetti, oltre che cercando di distruggere le inferriate. Hanno anche appiccato il fuoco. Nessuo è evaso. Da un primo bilancio risultano telecamere rotte, finestre, armadi suppellettili. La polizia penitenziaria, insieme ai colleghi della questura, ai carabinieri e ai finanzieri, ha creato un cinturone all'esterno per monitorare la situazione ed evitare eventuali tentativi di fuga. Polizia, carabinieri, guardia di finanza ed esercito hanno presidiato la zona per bloccare eventuali tentativi di evasione. Sono stati anche potenziati i posti di controllo lungo il ponte della Libertà. 

Rivolte e Coronavirus

Le proteste stanno scoppiando da giorni in molti penitenziari di tutta Italia. Sono collegate ai timori per la diffusione del coronavirus e al fatto che, per arginare i rischi di contagio, il governo ha decretato la sospensione dei colloqui dei detenuti con i familiari all’interno delle carceri (i colloqui sono stati sostituiti con videochiamate e telefonate). I detenuti, inoltre, protestano in generale per le condizioni di vita e per i rischi dovuti al sovraffollamento.

Solidarietà dai sindacati di polizia

«Siamo solidali per il grosso lavoro degli agenti della polizia penitenziaria del Veneto che sono andati anche in soccorso alle rivolte di Modena - dice Leo Angiulli, segretario Triveneto della Uspp (Unione sindacale Polizia Penitenziaria) -. Sono persone che, nonostante le mille difficoltà che ci sono, garantiscono comunque la sicurezza». GIà nei giorni scorsi il presidente dell'Uspp Giuseppe Moretti aveva inviato una lettera al premier Giuseppe Conte formulando alcune proposte che vanno ad aggiungersi a quelle già inoltrate alcuni giorni prima. Tra queste, oltre alla «sospensione temporanea dei colloqui tra detenuti e familiari provenienti da tutta Italia, la limitazione dei servizi di traduzione dei detenuti presso le strutture ospedaliere per ordinarie visite ambulatoriali, qualora esse possano essere dichiarate rinviabili e la sospensione temporanea di tutte le attività didattiche presso le scuole di formazione del personale di polizia penitenziaria».

Giuristi Democratici

PadovaOggi ha contattato l’avvocata Aurora D’Agostino, dell’esecutivo nazionale dei Giuristi Democratici che sta facendo circolare un appello tra tutti gli avvocati italiani affinché si arrivi a «utilizzare tutte le forme di detenzione domiciliare e tutte le misure alternative possibili, più in fretta per i detenuti anziani e per chi ha problemi di salute, innanzi tutto. Poi per quelli che hanno pene brevi da scontare si possono anche trovare forme di cooperazione. Sobbarcarsi un onere collettivo per far sì anche i detenuti privi di una casa dove andare trovino una comunità di accoglienza dove stare, c'è certamente chi è disposto a farlo».

Visite

«Tanti avvocati - spiega D'Agostino - stanno facendo giustamente istanza per motivi di salute per sottrarre i propri assistiti al contagio che è più facile si propaghi in ambienti collettivi e degradati, dall’altro lato non si può pensare che i detenuti restino in cella isolati dal resto del mondo». Così specifica: «L’assenza di visite annulla il detenuto oltre che umanamente anche materialmente, non potendo più ricevere i pacchi che ricevono durante le visite, soprattutto coloro che sono da più tempo presenti nelle celle e che hanno una rete familiare che li sostiene, rappresentano per esempio la sola possibilità di lavarsi i panni e di ricevere cibo che non sia quello che può offrire un carcere. Sembrano banalità ma sono aspetti che segnano quella quotidianità che per chi vive il carcere sono vitali».

Salute

Lo sa, avvocata, che molti obietteranno che viene prima la salute dei cittadini che quella dei detenuti e che avrebbero dovuto mantenere anche loro un comportamento consono alla situazione: «La salute del carcere e di chi ci sta è un problema di garanzia alla salute per chiunque viva in questa città, libero o non libero. Se accadesse che il virus passasse nelle carceri diventerebbe una bomba batteriologica per tutta la comunità. Dove c’è una concentrazione di tante persone, andrebbe capito, si corre questo grave rischio. Dove ci sono garanzie per loro ci sono per tutti noi. È uno dei primi elementi che una persona intelligente dovrebbe comprendere». E aggiunge: «Il nostro ordinamento prevede che chi ha sbagliato paghi una pena. Ma in carcere ci sono anche detenuti che sono ancora in attesa di un giudizio. Possono quindi eventualmente anche essere condannati a una pena, ma non alla privazione della salute e dell’incolumità fisica. E questo vale per tutti i detenuti. La carcerazione non sospende i diritti di cittadinanza».

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