La Procura: "Orsoni sapeva", ma lui da uomo libero afferma il contrario

I pm: "Complessiva assunzione di responsabilità in ordine a una sua consapevolezza dell'effettiva provenienza del denaro dal Cvn"

Giorgio Orsoni (©TM News Infophoto)

Uno dice di essere innocente e che non sapeva che quei soldi erano illegali. L'altro, invece, afferma come il sindaco Giorgio Orsoni "sapeva". E che suo malgrado si sarebbe prestato alle pressioni di partito. Il primo cittadino tornato libero giovedì mattina dopo una settimana passata ai domiciliari con l'accusa di finanziamento illecito ai partiti, come riporta il Gazzettino, ha chiesto tramite i suoi legali un accordo con la Procura. Raggiunto e notificato verso le 8.30 del mattino. Patteggiamento a quattro mesi di reclusione ("UNA GOCCIA DI SANGUE"), che ora dovrà essere ratificato dal gup. Ha pesato il fatto che il primo cittadino fosse privo di precedenti penali, venendogli concessa la sospensione condizionale della pena. Facendo cadere le possibili esigenze cautelari, visto che il pericolo di reiterazione del reato non sussisterebbe più. Anche alla luce dell'assicurazione del sindaco di non ricandidarsi alla prossima tornata elettorale.

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Il quotidiano riporta le parole presenti nel documento che ha ufficializzato la revoca ai domiciliari, firmato in primis dal procuratore capo Carlo Delpino: per Orsoni "una complessiva assunzione di responsabilità in ordine a una sua consapevolezza dell'effettiva provenienza del denaro dal Consorzio Venezia Nuova". Poi l'alleggerimento della posizione del titolare di Ca' Farsetti. Secondo i pm la responsabilità andrebbe ricondotta soprattutto sui partiti: il patteggiamento "da un lato si configura come ammissione di responsabilità penale, dall’altro ne mitiga la gravità, riconducendo gli episodi al loro reale connotato: la mera esecuzione di una strategia di finanziamento occulto elaborata dai vertici del partito cui lo stesso non si è opposto, ed anzi - sia pure per una propria debolezza - si è prestato". Secondo la Procura dunque Orsoni era consapevole che erano soldi "inopportuni", ma le pressioni del Pd sarebbero state troppo forti.

Nel documento si descrivono così: "Le insistenze reiterate e pressanti del Partito Democratico, avanzate dai sui responsabili politici e contabili Zoggia, Marchese e Mognato (che allontanano da sé le accuse, ndr). Richieste che sarebbero state accolte con riluttanza e soltanto dopo una sorta di intimazione ultimativa". Altrimenti, si spiega, il primo cittadino avrebbe dovuto pagare di tasca sua la campagna elettorale. In questo momento Zoggia e Mognato in ogni caso non risultano indagati.

Sul racconto di Giovanni Mazzacurati del passaggio di una busta con soldi in nero in casa del sindaco, la Procura ammette che effettivamente il primo cittadino avrebbe potuto non sapere che all'interno ci fossero contanti. "La divergenza è facilmente superabile laddove si ammetta che tra persone di mondo questi affari si regolano con comportamenti concludenti e discreti, senza formule sacramentali e atteggiamenti grossolani - scrivono i pm - plausibile che Mazzacurati abbia semplicemente appoggiato una busta da Orsoni e che quest’ultimo non si sia "sporcato" le mani a contare i soldi, limitandosi a girarli a qualcun altro".

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