Lo stalking non ha confini: docente universitaria vittima dello studente

La vita quotidiana della professoressa è diventata un incubo. Una veneziana invece vive reclusa: picchiata prima dal marito, ora dal figlio

Sono prigioni senza sbarre. Da cui non si esce se non con l'aiuto di qualcuno di esterno, in grado di mettere davanti agli occhi della vittima di turno i soprusi e le violenze che è costretta a subire. "Il comune denominatore di tutte le storie che trattiamo è che le donne danno prima di tutto la colpa a loro stesse - spiega la dottoressa Roberta Toffoli, psicologa e responsabile clinico del centro antiviolenza "La Magnolia" - è il primo meccanismo da superare". Ci sono storie più o meno subdole, più o meno violente. Ma in tutti i casi (anche maschili) chi è vittima di stalking o di abusi si ritrova la vita scompaginata. Proprio l'obiettivo che si pone il persecutore.

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Così a chiedere aiuto quest'anno, come in quelli passati, sono state donne di ogni età, di ogni classe sociale, di ogni inclinazione. Fuori dall'ordinario di sicuro la storia di una professoressa universitaria del Veneziano che piano, piano è diventata vittima di un suo studente. Lei sulla cinquantina, lui sulla ventina. Generazioni, ruoli e gerarchie differenti. Ma tant'è. In questo caso tutto viene mescolato: lo studente nei mesi scorsi si è invaghito della donna. Di più. Lei è diventata una ossessione per lui. Al punto che quando la docente cammina per strada sente urlare in lontananza il suo nome. Dopodiché la sua mail di punto in bianco è stata presa d'assalto: messaggi, lettere e allegati a ogni ora. E la vita per la signora non è più stata la stessa. Frasi del tipo "Quando sento il profumo della crema che usi (specificando pure la marca) vado via di testa". Un ritornello che si ripete in maniera preoccupante e stucchevole giorno dopo giorno. A dimostrazione che blasone, soldi e status sociali possono molto, ma con uno stalker tutto si semplifica in un rapporto tra uomo e donna (non c'entra l'età) in cui l'uno schiaccia l'altro, rovinandogli la vita.

Come nel caso di una signora veneziana vittima delle botte prima del marito e poi del figlio tossicodipendente. Reclusa prima, fino alla morte del coniuge, reclusa anche adesso. Le verrebbe proibito di uscire di casa, o comunque lei non vorrebbe farlo. Talmente abituata a vivere da reclusa dal consorte, il quale non lesinava di usare le maniere forti per far capire chi comandava. Una situazione incancrenita fino al punto che chi dovrebbe esserle in primis d'aiuto, ossia i figli e fratelli del nuovo molestatore, alzano bandiera bianca. Chiedendo aiuto a polizia e associazioni specializzate. C'è una donna quindi che vive alla mercé del figlio che nessuno, per ora, riesce ad aiutare. Questi sono solo due casi su decine. La punta di un iceberg che rischia di lasciare sul terreno sempre più donne incapaci di dare un calcio e affrontare i loro incubi quotidiani.

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