Galan e i soldi del Mose: un milione e mezzo in un conto a Zagabria

Sarebbe stata Alessandra Farina a trasferirli in Croazia. Assieme al marito, Paolo Venuti, e a Guido e Christian Penso, avrebbe aiutato l'ex governatore del Veneto a far sparire i ricavi delle tangenti

Il "tesoro" di Giancarlo Galan (una parte?) è solo una piccola quota dei fondi neri scoperti dalla guardia di finanza nell'indagine portata a termine oggi. Al centro dell'operazione ci sono i titolari dello studio PVP, ovvero i commercialisti padovani Guido Penso di 78 anni, il figlio Christian di 51 e il socio Paolo Venuti, 62 anni, oltre alla moglie di quest'ultimo, Alessandra Farina, 61 anni. Tutti loro, a vario titolo, avrebbero aiutato l'ex governatore del Veneto a nascondere e reinvestire il frutto delle tangenti guadagnate nella vicenda del Mose.

Gli affari dell'ex governatore

Alessandra Farina, in particolare, avrebbe aperto un conto bancario a Zagabria, in Croazia, dove avrebbe fatto confluire il denaro guadagnato illecitamente da Galan. Un totale di 1,5 milioni di euro di cui, però, si è persa traccia nei primi mesi del 2015, in seguito all'arresto di Venuti. Venuti era stato arrestato nell'ambito del procedimento Mose: era attraverso la sua intestazione fiduciaria che Galan partecipava alla società Adria Infrastrutture di Baita e Minutillo. Lo studio PVP, infatti, fungeva da prestanome per la quota di Galan, il quale di fatto partecipava agli utili societari. In cambio dell'intestazione fiduciaria Venuti aveva ottenuto la sua ricompensa, ovvero il 2%. I dialoghi intercettati in questo senso sono eloquenti: «Per cui alla fine quelli in Svizzera li tengo io e quelli in Croazia li tiene lui... e con questi mi sono già fatto... anche pagare!».

Poche entrate, tante spese

Il milione e mezzo di Galan era arrivato in Croazia dopo svariati passaggi, approdando nel conto acceso dalla Farina alla Veneto Banka di Zagabria.  Prima ancora erano stati Guido e Christian Penso a mettere a disposizione, per i soldi di Galan, dei conti correnti in Svizzera intestati a società di Panama e delle Bahamas e gestiti da due fiduciari svizzeri, Filippo San Martino e Bruno De Boccard. Gli accordi erano stati presi durante gli incontri tra i coniugi Galan e i coniugi Venuti-Farina, che avevano un rapporto di amicizia (tanto che uscivano a cena insieme). Da notare, come ricostruito nei documenti firmati dal gip David Calabria, che «il profilo economico di Galan era caratterizzato da un rilevante scompenso tra entrate e uscite, nel senso che le seconde superavano abbondantemente le prima, anche di cinque volte». Stesso discorso per la Farina, di professione insegnante: in dieci anni il suo reddito ufficiale era stato di 250mila euro, ma nello stesso periodo risulta aver fatto investimenti per somme dieci volte superiori.

Investimenti e paradisi fiscali

Per le somme profitto dei reati di corruzione, comunque, era già stata disposta la confisca nell'ambito dell'indagine Mose: Galan patteggiò due anni e dieci mesi e gli furono confiscati beni per 2,6 milioni di euro, compresa la villa a Cinto Euganeo. In quest'ultimo filone di indagine, invece, la Finanza ha eseguito il sequestro del "prezzo" di questi reati: 300mila euro in solido tra i Penso e Farina, ovvero le somme guadagnate in cambio dei servizi a Galan; e circa 23mila euro ai Penso, equivalenti alla loro partecipazione in Adria Infrastrutture. Il giro dei commercialisti era ben più vasto: secondo la ricostruzione del pm e del giudice, i padovani fornivano «ampi servizi di gestione di capitali, consistenti nell'effettuare l'esportazione e l'investimento all'estero, anche nel settore immobiliare, dei capitali, nonché, al bisogno, nel curare il rientro delle somme in Italia».

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