Il patriarca e il rabbino: "Educare i bimbi. Libertà? Sappiatela usare"

Monsignor Moraglia ha visitato il ghetto: "I bambini ci salveranno". Rav Bahbout: "Le vignette? Bisogna sapersi autolimitare per il rispetto altrui"

Il patriarca Moraglia e il rabbino capo Rav

Pur tra pesanti misure di sicurezza hanno voluto camminare tra le calli del ghetto. L'uno al fianco dell'altro, perché "queste relazioni devono dispiegarsi nel momento buono, nel momento giusto. Le parole sono importanti, ma anche i gesti lo sono", spiegherà poi il patriarca Francesco Moraglia. Una passeggiata che è simbolo della volontà di trovare quel "comune denominatore che caratterizza tutte le religioni e gli stili di vita", ha sottolineato il rabbino capo Rav Bahbout al termine della visita del primo rappresentante della chiesa veneziana.

Giovedì mattina, infatti, il patriarca Moraglia ha visitato per la prima volta dalla sua nomina il ghetto ebraico di Venezia. "E' stato un viaggio nella storia della città - ha spiegato - questa è una comunità che ha dato tanto, abituata a superare le difficoltà". Sullo sfondo, inevitabile che sia così, i morti di Parigi. Durante il colloquio privato tra i due rappresentanti religiosi, però, è stato individuato anche un "piano" per mettere i terroristi fuorigioco: i bambini. "In questo momento storico parlarsi è fondamentale, insegnare una vita 'buona' che nasce dal rispetto del prossimo - hanno dichiarato patriarca e rabbino capo - dobbiamo partire da loro". Inevitabile che anche nella mente delle due guide religiose facessero capolino le immagini della strage di Tolosa, o le bambine kamikaze della Nigeria, o ancora il figlio che nei giorni scorsi ha ricevuto una pistola dal padre per uccidere due ostaggi russi. "I bambini devono essere oggetto del nostro impegno - ha rimarcato Moraglia - nei primi mesi e anni di vita va instillato qualcosa che rimane per sempre. L'odio è sempre irrazionale e ingovernabile, per combatterlo serve l'educazione".

L'odio, però, ha indotto la cellula fondamentalista islamica di Parigi a colpire al cuore la Francia. Tutto per alcune vignette di Charlie Ebdo accusate di aver sbeffeggiato Maometto. Una scelta editoriale eccessiva? "La parola deve essere usata per costruire e non per distruggere - ha commentato Rav Bahbout - ma questo non vuol dire che si possa uccidere per questo. I giornalisti devono stare molto attenti a quello che scrivono". Sulla stessa lunghezza d'onda monsignor Moraglia, secondo cui "il diritto sacrosanto della critica e del dissenso deve sempre considerare il rispetto dell'altro. Ci sono dei temi che feriscono una comunità, che non possono essere trattati con generi letterari come l'ironia. Soprattutto quando è feroce. Quando abbiamo responsabilità pubblica dobbiamo tenere conto che le nostre parole sono più pesanti di pietre".

Una chiamata alla responsabilità pubblica, dunque. Fermo restando la condanna per ciò che è accaduto recentemente oltralpe. "La libertà di stampa è una conquista che non possiamo demolire - concorda Amos Luzzatto, storica guida della comunità ebraica veneziana che ha voluto essere presente all'incontro - E' questo il mezzo principale dello scambio tra culture. E' sbagliato solo quell'utilizzo della stampa che ha lo scopo dichiarato di ridurre o togliere i diritti a una comunità". "Ma spesso - ha risposto a stretto giro Moraglia - si è partiti dall'ironia per arrivare a ciò che ha spiegato Luzzatto". A tirare le fila è Rav Bahbout: "La libertà di stampa è fondamentale, ma bisogna saperla usare. Se la si usa senza sapersi autolimitare - conclude - si può incorrere in problemi".

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