L'imprenditoria cinese ora "punta" i bar, ma il futuro sarà "all'ingrosso"

Stando ai dati Unioncamere, a fine 2011 erano 141 le tavole calde o fredde gestite in laguna da imprenditori dagli occhi a mandorla. In ascesa il settore della fabbricazione di articoli in pelle

Dello sbarco dei "cinesi" in laguna se ne parla ormai da tempo. Attività commerciali comprate, spesso, in contanti e tradizioni veneziane vendute a imprenditori dagli occhi a mandorla. Il che non è necessariamente un male per chi è ben felice di cedere la propria attività di fronte ai "morsi" della crisi economica e l'avanzare degli anni.

 

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Quelli che sono cambiati, però, sono gli obiettivi, considerati più redditizi, che vengono "corteggiati" sia nel centro storico, sia nella terraferma. Secondo i dati stilati da Unioncamere di fine 2011, a Venezia sono 114 i bar e le tavole calde di proprietà di cittadini orientali, mentre sono solo 25 i ristoranti dalle lanterne rosse. In altre grandi città la situazione è più equilibrata: a Milano, per esempio, i primi sono 645, i secondi 401. Tra panini, espressi e croissant i costi sono inferiori e la gestione più flessibile. Oltre a centri massaggi, parrucchieri e negozi di abbigliamento, ora sono le tavole fredde il nuovo business cinese. Ma la novità è un'altra.

Sempre secondo il centro studi di Unioncamere, il Veneto è la terza regione italiana (dopo Lombardia e Toscana) per numero di imprese a conduzione cinese. L’80 per cento nel Veneto si concentra in tre settori: il 29 per cento ha investito nell’abbigliamento, il 28,9 per cento nelle attività dei servizi di ristorazione e il 20 per cento nel commercio al dettaglio. Sta avanzando però anche il commercio all’ingrosso e la fabbricazione di articoli in pelle, dove la presenza di cariche cinesi rappresenta rispettivamente il 6 e il 4,5 per cento. Qui in futuro è probabile che si registreranno i sommoviventi più elevati.

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