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Gobbo di Rialto condannato all'anonimato: «Una vergogna»

Sestiere San Polo · San Marco

Riceviamo e pubblichiamo:

"Il mio nome è Francesco Forgione e scrivo da Benevento. Sono uno studente del corso magistrale in Scienze Storiche in quel di Napoli e, da un anno a questa parte, frequente visitatore di Venezia. Mi preme segnalarvi una vicenda incresciosa su cui, da storico, è realmente difficile poter chiudere un occhio. A causa di un esame, mi son ritrovato ad immergermi, con sommo piacere e coinvolgimento, nelle vicende della Serenissima durante il primo ‘600, con particolare enfasi sulla questione dell’Interdetto e ciò che Paolo Sarpi definì come “guerra di parole”. La comunicazione ufficiale era fondamentale per rimarcare l’autorità del Doge e del Senato, istituzione alla base dell’ordinamento giuridico ed amministrativo della Repubblica.

Lo saprete sicuramente meglio di me. I decreti dovevano essere proclamati a voce altisonante dai comandatori, i banditori ufficiali agli ordini del governo; in caso contrario, tali decreti non avrebbero avuto validità giuridica. Era la strategia comunicativa della Repubblica per imporre la propria autorità sui sudditi. Il dato che sfugge alla conoscenza comune, però, riguarda quali fossero i luoghi principali della comunicazione ufficiale in quel di Venezia. Ebbene, uno di essi era Campo San Giacometo a Rialto, dov’era (e dov'è tuttora) situato il Gobbo di Rialto, edificato nel 1541 dallo scultore Pietro da Salò. La struttura era stata costruita per reggere la pietra del bando, dove il comandatore sarebbe salito per proclamare gli ordini della Serenissima agli astanti. Ma non solo. Il Gobbo di Rialto fu utilizzato nel corso degli anni come simbolo di ribellione popolare. Vi venivano affissi cartelli anonimi, offensivi e denigratori, contro il governo. Lo stesso Gobbo divenne lo pseudonimo letterario di una serie di manoscritti e libri stampati di natura prettamente goliardica, come una traduzione in dialetto bergamasco dell’Orlando Furioso risalente al 1553.

A fronte di questi fatti storici riscontrabili dalle fonti, si può facilmente affermare che il Gobbo di Rialto sia un’opera da preservare e tutelare per Venezia, e ciò è dovuto alla sua contraddittoria ma notevole importanza come simbolo caratterizzante della manifestazione del potere e, al tempo stesso, di dissenso verso quest’ultimo. Nonché, di autore fittizio per scritti di trattatistica goliardica e scanzonata del nord Italia in epoca moderna. Forse anche perché dottore in Storia, sono stato assalito dallo sconforto quando mi sono recato a visitarlo. Non un’informazione, non un’insegna che ne segnalasse la rilevanza e le funzioni. Abbandonato all’anonimato che ne uccide il valore storico. Da visitatore, ritengo che sia una cosa inammissibile.

E mi auguro sia lo stesso per un cittadino veneziano che ha interesse nel salvaguardare i luoghi natii della sua cultura. Vi scrivo con l’auspicio che possiate far richiesta al comune affinché venga apposta una targa celebrativa e descrittiva accanto al Gobbo, così che possa avere l’importanza che merita e così che chiunque possa esserne informato. Intanto, vi invito a leggere il libro di Fillippo De Vivo “Patrizi, informatori e barbieri. Politica e comunicazione nella prima età moderna” da cui ho potuto trarre le informazioni storiche sopra descritte. Una vostra risposta in merito sarebbe ampiamente gradita".

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