Giovedì, 28 Ottobre 2021
Attualità Quarto d'Altino

Casa di riposo, cassa integrazione per 178 dipendenti. Cgil non ci sta

Funzione Pubblica: «Un danno per i lavoratori e spese per la collettività. Serve una riorganizzazione del lavoro e l'intervento della Regione»

Anziani scomparsi o che le famiglie hanno portato via dalle case di riposo per il timore dei contagi nelle varie fasi dell'emergenza Covid. Le residenze per anziani si sono alleggerite, i posti freddi (vacanti) sono aumentati come la disponibilità di operatori sanitari. Sono 178 quelli della casa di riposo Anni Azzuri, con varie sedi nel Veneziano, per cui l'azienda ha chiesto la cassa integrazione, scontrandosi con il rifiuto della Funzione Pubblica Cgil.

«La richiesta di sussidi statali non è giustificata - scrive Chiara Cavatorti della sigla sindacale -. È un danno per i lavoratori che in questi mesi sono stati in prima linea nella lotta al virus. Siamo sorpresi dalla decisione della direzione delle residenze di Favaro e Quarto d’Altino, di ricorrere al fondo di solidarietà. Negli incontri sindacali di venerdì 15 gennaio e giovedì 4 marzo le spiegazioni non ci hanno convinto - continua la sindacalista -. Tutte le strutture hanno sofferto per i posti letto vuoti, ma non si può dire che il personale sia in esubero, a causa dei contagi avvenuti tra gli operatori, delle dimissioni di alcuni e dell’enorme saldo ferie accumulato stando in prima linea ad affrontare l’emergenza. Ricordiamo che non è mai stato aperto un confronto per discutere di incentivi economici per premiare il lavoro», dice, per contro sarebbe stato paventato il ricorso «a uno strumento che riduce gli stipendi, visto che l’assegno non sarà integrato dall’azienda».

Per il sindacato, «sarebbe meglio rivedere l’organizzazione dell’ospitalità delle residenze e del lavoro. Le case di riposo stanno sicuramente pagando gli effetti dell’emergenza sanitaria che ha portato con sé anche problemi economici, crediamo però che non debbano essere i lavoratori, fino all’altro ieri definiti eroi, a pagarne le conseguenze. La Regione Veneto - conclude - deve cominciare a dare risposte concrete, normative ma soprattutto economiche, mettendo a disposizione risorse a sostegno del sistema di assistenza integrata, sia residenziale che domiciliare».

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