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Il menù abbandonato sul pavimento del locale

Il menù abbandonato sul pavimento del locale

Le macerie del ristorante storico "Antica Carbonera": «Venezia non è stata salvaguardata»

L'intervista al gestore del locale, Andrea, costretto a chiudere e rifarsi una vita dopo un anno e mezzo di restrizioni dall'inizio della pandemia: «Mancano i ristori, manca il lavoro. Venezia non morirà ma stanno distruggendo l'Italia pezzo per pezzo»

Camminare per Venezia in zona rossa è un qualcosa che difficilmente una persona potrà dimenticare. Lo scenario è quello spettrale di una città che tenta di vivere durante una guerra. La stessa aria si respira anche all'interno di pizzerie, bar, negozi e ristoranti. E la stessa aria l'abbiamo trovata anche mercoledì all'interno di quello che una volta era il ristorante Antica Carbonera, a due passi da Rialto e dal teatro Goldoni.

Chiuso

Andrea, "veneziano campagnolo" come ironicamente si definisce, ci accoglie nel mezzo delle "macerie" del suo ristorante, ormai chiuso: piatti vuoti lasciati su mobili sistemati alla rinfusa, suppellettili sottosopra, sedie accatastate, menù abbandonati a terra. Una volta qui si sentiva il rumore di piatti, bicchieri, il chiacchiericcio delle persone amanti della buona cucina che si ritrovavano per conversare attorno a un piatto tipico veneziano. Dall'Acqua Granda al Covid il passo è stato breve e ha spazzato via, come fossero scoppiate due bombe, uno dei ristoranti storici più raffinati della città lagunare. Centoventisette anni di storia, personalità importanti, arredi appartenuti alla principessa Sissi. Tutto spazzato via in pochi mesi: «Lo Stato non fornisce i ristori promessi...in questi mesi abbiamo preso appena pochi spiccioli. Non ci sono aiuti, non ci aiutano. Eppure chiediamo solo di lavorare» esordisce Andrea Michielazzo, ex gestore, con fare meccanico, rassegnato. Lì dentro c'era tutto il suo mondo lavorativo.

A Venezia c'è rassegnazione

L'aria che si respira a Venezia, sembra dirci Andrea, non è più la stessa: «A Venezia il sentimento prevalente è la rassegnazione: più che rabbia c'è tanta rassegnazione» racconta. San Marco è vuota, a Venezia non c'è turismo: «Mi fa rabbia che altrove ai colleghi ristoratori è stato concesso qualcosa. A noi sono arrivati 20mila euro di ristori in tutto a fronte di 11mila euro mensili di solo affitto che dovevamo pagare. Si lamentano di stranieri che vengono a comprare le nostre attività...ma ci lasciano a piedi. Non si sa nè come continuare, nè come uscirne. Purtroppo siamo un popolo bue: occorre rimestare le coscienze e darsi da fare ma al momento la gente non si muove. Per noi c'era spazio, c'era la possibilità di tenere aperto con distanziamenti e difatti l'anno scorso, in piena pandemia, abbiamo lavoricchiato anche qualcosa. Ma Venezia ha bisogno di una continuità: oggi, un anno dopo, dai 30 milioni di turisti che affollavano la città siamo arrivati ai soli 35mila abitanti. Si sente la differenza. Non è buono per noi, nè per l'Italia».

«Ci aspettavamo di più»

Andrea non nasconde l'amarezza nel vedere una città come quella lagunare abbandonata, non protetta: «Venezia non morirà mai, la visiteranno anche dovesse sommergersi del tutto sotto l'acqua, ma è vero che hanno ucciso il turismo: aerei non ne arrivano, navi non ne arrivano e alla fine non lavori. Venezia è città a parte...unica...mi fa rabbia che sia stata lasciata allo sbando. Dall'Acqua Granda al Covid per noi è stato un tracollo: avevamo dieci-dodici dipendenti che abbiamo dovuto mandare via. Ci aspettavamo molto di più, anche dal nostro sindaco. Doveva essere fatto qualcosa in più. Si sta distruggendo pezzo per pezzo il puzzle della storia italiana: abbigliamento, cucina, cultura. Non è possibile» chiude con amarezza il gestore.

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