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Il calo demografico manda in crisi il mondo del lavoro: servono immigrati e sostegni alle famiglie

Tutte le categorie lamentano carenza di manodopera. Con il "decreto flussi" è programmato l'arrivo in Italia di 452mila cittadini stranieri nel triennio 2023-2025

Il contrasto alla crisi demografica è tra le sfide principali che l’Italia dovrà affrontare da qui ai prossimi anni. Al 1° gennaio 2023 (il dato Istat più recente) la popolazione nella Penisola è scesa sotto la soglia dei 59 milioni, registrando una diminuzione di 179mila unità rispetto all’anno precedente (-0,3%). Il calo, scrive l’Istat, «è frutto di una dinamica demografica sfavorevole che vede un eccesso dei decessi sulle nascite». Nel 2022 i nati sono scesi, per la prima volta dall’unità d’Italia, sotto la soglia delle 400mila unità, attestandosi a 393mila. Questo crollo delle nascite è dovuto solo in parte alla spontanea o indotta rinuncia ad avere figli da parte delle coppie: tra le cause, invece, pesa soprattutto la riduzione della quota di popolazione femminile considerata in età riproduttiva.

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Il dato si rispecchia anche a livello locale: il Comune di Venezia in dieci anni ha perso oltre 13mila abitanti, passando dai 264mila del 2013 ai 251mila del 2022. A fine 2023, la popolazione dei 23 comuni di competenza della Ulss 3 era di poco inferiore alle 614mila unità, numero che cala regolarmente da diversi anni: nel 2019 era sopra i 625mila. Nello stesso territorio le nascite registrate nel 2023 sono state poco più di 3600, nel 2019 erano 4145.

È evidente che il trend non è sostenibile. L’invecchiamento medio della popolazione ha una serie di ricadute in termini di esigenze di servizi (a partire dalla sanità), di sistema previdenziale e, ancora prima, di tenuta del mondo del lavoro. Le politiche a favore della natalità e dei giovani (bonus bebè, realizzazione di asili nido, servizi di welfare) sono certamente indispensabili, ma avranno un effetto a lungo termine, mentre il mondo produttivo si ritrova a fronteggiare il problema con urgenza. L’immigrazione, dunque, è essenziale per rispondere ai fabbisogni del mercato del lavoro.

«La carenza di manodopera sarà il tema principale dei prossimi anni, la popolazione invecchia ed escono più lavoratori di quelli che entrano: un grande aiuto ce lo può dare l'immigrazione», avvertiva pochi giorni fa Giovanni Salmistrari, presidente dell’Associazione costruttori edili Venezia. Lo stesso avviene in altri settori, come confermato a luglio scorso da Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto: «Non vi è dubbio che il nostro mercato del lavoro ha bisogno di lavoratori immigrati», ha dichiarato, riportando anche le preoccupazioni degli industriali, degli artigiani e degli agricoltori. Secondo l'associazione, ad esempio, nel periodo estivo una quota del 34% delle strutture ricettive non aveva personale a sufficienza, tanto da dover ridurre o sospendere l’attività proprio in un momento di grande crescita del turismo. In agricoltura, i “click day” per l’assunzione di lavoratori nelle campagne veneziane vanno in overbooking, «a conferma della mancanza di manodopera che interessa diversi settori dell’economia», come riferito nei giorni scorsi dalla Coldiretti veneziana.

«I cittadini stranieri - scrive l’istituto Censis - non rappresentano solo una risorsa indispensabile per il nostro mercato del lavoro, sono anche un serbatoio di giovani necessari per cercare di ridare vitalità a un sistema demografico in forte crisi». Il “Decreto flussi” del presidente del consiglio prevede che, nel corso del triennio 2023-2025, siano ammessi in Italia 452mila cittadini stranieri, cifra in aumento ma che potrebbe essere ancora insufficiente. Di certo il fenomeno dovrà essere accompagnato da una politica migratoria responsabile, da forme adeguate di integrazione, dalla disponibilità di alloggi: un corretto inserimento dei “nuovi italiani” è essenziale per evitare situazioni di ghettizzazione che favoriscono lo svantaggio retributivo, la povertà educativa e la precarietà abitativa.
 

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