La democrazia italiana alla prova del coronavirus

Perché dovremmo avere fiducia nella democrazia, smetterla di crederci superiori a chi guida oggi il paese e onorare le leggi. Una riflessione filosofica alle radici del nostro sistema politico e della sua volontà... che è anche la nostra!

Foto di Marco Contessa

Per qualcuno il governo ha agito troppo tardi. Sempre più persone lo credono ormai, visto l'evolversi della crisi. Ma per qualcuno, forse, i provvedimenti degli ultimi giorni sono ancora esagerati. Per altri, si sente dire, chi sta al governo non sa niente. Del governo non ci si fida. Si preferisce uscire a bere l'aperitivo. I medici che vaccinano del resto sarebbero al soldo delle lobby farmaceutiche. Altri ancora credono che si sappia tutto e che si tenga tutto nascosto. C'è chi si spinge, con sagaci elucubrazioni, a dire che il vaccino c'è, che questa epidemia sia il risultato di un esperimento sfuggito di mano, che sia stato tutto pianificato per risolvere il problema della sovrappopolazione mondiale e dell'inquinamento.

Nessuna polemica. Solo un riflessione che in questi giorni gira nella mia testa da filosofo, se non di professione, almeno di vocazione. La domande che assillano tutti, più o meno nascoste tra le pieghe della quotidianità, quelle che vengono alla luce nei momenti cruciali: che cos'è vero? Chi ha ragione? Che cosa devo fare?

Mi tornano alla mente, deformazione professionale, quelle che per gli addetti ai lavori sono le famose domande kantiane: che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare? La filosofia se ne occupa da sempre. Ma la filosofia e il filosofo, dopo tanta fatica, concludono, un po' amaramente, che non sanno. La notizia è un po' deludente per qualcuno, ma è il frutto di una autentica ricerca. 

La notizia è che, singolarmente, sappiamo ben poco. Anche come scienziati chi decide è la comunità scientifica, mai il singolo. E tutte le informazioni che abbiamo come cittadini “normali” le hanno verificate altri: scienziati, storici, giornalisti, divulgatori. Noi, come singoli, non sappiamo quasi niente. E sarebbe ora di ammetterlo.

Però sappiamo grosso modo come funziona la verità. La verità può essere verificata sperimentandola coi propri sensi (come quando vediamo che se lanciamo un aereo di carta l'aria lo sosterrà solo finché possiede una certa velocità) o con la propria ragione (come quando ci viene dimostrato per esempio il teorema di Pitagora)... Oppure? Oppure possiamo fidarci. Accendiamo la televisione e vediamo immagini. Crediamo che siano reali. Ci fidiamo. Qualcuno ci racconta che cosa ha mangiato ieri a pranzo? Ci fidiamo che dica il vero. Domani il sole sorgerà? Ci fidiamo... è sempre stato così. Quello che voglio dire è che il problema della verità è, nella stragrande maggioranza dei casi e forse nei più rilevanti, un problema di fiducia. Non è un caso che il governo chieda la “fiducia” al parlamento.

Però come facciamo a fidarci di chi non conosciamo personalmente? Perché ci fidiamo del fatto che un giudice alla fine di un processo dica il vero? (il verdetto appunto, come lo chiamiamo).

Noi non abbiamo la verità in pugno, ma abbiamo un sistema di attribuzione di fiducia democratico. È la democrazia che decide, da noi, che cosa è vero. Ed è questa che ci ha permesso, con i suoi limiti, di raggiungere livelli di benessere alti, è questo che ha funzionato finora e che facciamo funzionare tutti i giorni.

Sono le leggi che accettiamo tutti i giorni un po' fregandocene della politica. Tanto sono tutti uguali. Che vuol dire che le leggi che si fanno da decine di anni a questa parte possiamo rispettarle senza che cambi più di tanto. Il problema è che oggi le leggi cambiano qualcosa. Oggi incidono sulle nostre vite in modo pesante. Ed è oggi allora che la nostra fiducia e la nostra obbedienza alla democrazia sono messe alla prova.

E vengo così al punto centrale. Io ho fiducia nella democrazia, perché è costruita in modo tale che obbedire alla democrazia sia obbedire a sé stessi. È il cuore di tutta la nostra società, non da ieri, non da cent'anni ma dal tempo della democrazia ateniese e della repubblica romana a cui tanto ci rifacciamo per il nostro diritto. Perché è certamente vero che non abbiamo firmato noi il DPCM contro la diffusione del virus. Ma quel decreto è nostro. È la nostra volontà. Qualcuno sarà perplesso. Ma è così. Perché è quella volontà che si è forgiata nel processo democratico che ogni giorno mettiamo in gioco. Perché lo stato, lo sappiamo da tempo, è un dispositivo che prende decisioni e le impone attraverso l'eventuale ultima ratio della forza. Ma prende e impone decisioni secondo una volontà che si forma all'interno dell'accordo democratico. Chiediamocelo: che cos'è tutto quel sistema di palazzi, di cariche, di rapporti, di carte, di giudizi, di riti, di cautele, di propaganda? Che cos'è questa politica tanto disprezzata? Che cos'è se non la macchina attraverso cui filtriamo e distilliamo la volontà capricciosa del singolo per ottenere il liquore della volontà collettiva, della volontà di ciascuno che sia anche la volontà di tutti, della volontà che metta d'accordo, che conservi la pace e la prosperità? Parlo a tutti gli italiani, ma anche a quei miei più vicini concittadini veneti. Oggi il liquore distillato dalla nostra cara democrazia è un liquore piuttosto forte. Da buoni veneti, non dobbiamo aver paura di berlo.

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Davide Schimd è laureato magistrale in filosofia all'università Ca' Foscari di Venezia. Attualmente insegna all'istituto "Andrea Barbarigo" di Venezia. Ha collaborato con diverse riviste e giornali attraverso contributi di filosofia politica, filosofia morale e filosofia del linguaggio.

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