Gli studenti veneziani contro la didattica a distanza normalizzata: «Non è scuola!»

Commenti, critiche e opinioni di ragazzi e docenti sulle nuove modalità di rientro a scuola a settembre e sulla didattica ibrida

«La didattica a distanza? Non è scuola, non è diritto allo studio!» sono queste le parole degli studenti che oggi, riuniti davanti al Liceo Marco Polo, hanno espresso la loro opinione sulle nuove modalità di rientro in classe per il prossimo settembre. Dalle loro espressioni, dalle loro parole e dal loro appello emerge delusione, amarezza ma, allo stesso tempo, grinta e una grande forza di volontà nel tenersi stretti i propri diritti come studenti e nel non rinunciare all'esperienza di studio come socialità, condivisione e momento di contatto con i propri compagni e con i propri mentori. Ci si interroga, dunque, su cosa sarà del loro futuro, su dove andranno a finire le classi in presenza, le attività di gruppo, come verrà gestito il tempo dedicato all'apprendimento ma anche quello speso per i dibattiti, le considivisioni di idee, la crescita personale, la socializzazione. C'è da un lato la paura di aver perso e di continuare a perdere un'esperienza di vita nella sua completezza e, allo stesso tempo, la voglia di aggrapparsi al forte desiderio di tornare a vivere a tutto tondo la propria età, di crescere confrontandosi con gli altri, e di fare esperienza di una scuola dal vivo da condividere, fianco a fianco, con i propri compagni di percorso.

«Didattica ibrida: nessun metodo innovativo, solo una soluzione tampone!». Il punto di vista dei ragazzi

Ad esprimere il dissenso per le nuove misure della scuola del futuro e per la standardizzazione della didattica a distanza è la portavoce del Coordinamento Studenti Medi Venezia-Mestre, Anna Fasolo, prossima all'iscrizione in quinta del Liceo Scientifico Ugo Morin di Mestre.

«Abbiamo deciso di parlare per dire la nostra e di ribadire quello che pensiamo sulla didattica a distanza - commenta la studentessa - Non è scuola ma un metodo di didattica emergenziale e, per questo, deve rimanere tale. Deve essere fatto un piano di investimenti straordinario, non esistono vie di mezzo l'unica cosa di cui il governo dovrebbe preoccuparsi in merito alla scuola non è tanto la digitalizzazione ma il poter tornare a scuola a settembre in totale sicurezza». 

La didattica a distanza degli scorsi mesi ha creato non poche problematiche. Non tutti i ragazzi, infatti, hanno avuto la possibilità di poter seguire le lezioni come avrebbero dovuto e voluto, o non hanno avuto a disposizione gli strumenti necessari per poter fruire di questa modalità di apprendimento sia per motivi economici, sia difficoltà linguistiche, nel caso di studenti di seconda generazione, e non hanno, quindi potuto fare scuola in modo dignitoso. «Non è stato facile, sono stati mesi difficili - raccontano i ragazzi - ci è mancata la socialità, ci è mancato il dibattito in classe sia tra studenti ma anche con gli stessi insegnanti e questa cosa indubbiamente ci ha segnati». 

«Mentre si cercava di far ripartire tutti i settori economici, la scuola è subito stata data per spacciata  - commenta Nina Mingardi del Liceo Marco Polo di Venezia -. Si è venduta la didattica ibrida come una grande innovazione ma si tratta solo di una soluzione tampone per non risolvere gli effettivi problemi della scuola che la pandemia ha solo portato alla luce in modo ancora più evidente. Tra questi c'è il classismo tra chi può permettersi la scuola e chi no, il problema delle classi pollaio e quello dell'edilizia scolastica. Chiediamo più finanziamenti e più istruzioni che siano chiare per il rientro a scuola a settembre e di poter godere del nostro diritto allo studio». 

Tra problemi di reperimento materiali o di accesso a strumenti per poter seguire le lezioni online, tra ampliamento delle diseguaglianze sociali e impossibilità di stare dietro a tutti allo stesso modo, la scuola sembra aver fallito il suo fine ultimo secondo i ragazzi, ovvero, quello di insegnare loro non solo nozioni ma come funziona il mondo. «Tanti ragazzi sono rimasti indietro - racconta Alessia Gatto, studentessa dell'ultimo anno all'Algarotti di Venezia - hanno saltato lezioni per problemi di connessione o perso parti di programma. Davanti a uno schermo, poi, la concentrazione è bassa e, da soli, è difficile mantenere l'attenzione per tutto il tempo. E, infine, la perdita più grande è stata quella del contatto studente/studente e studente/docente e questa cosa è andata davvero a discapito della stessa scuola e di ciò che si prefigge di insegnare a noi ragazzi». 

«Bisogna dimezzare le classi e abolire le "classi pollaio"». Il punto di vista dei professori

Sono molti i dubbi da parte dei docenti per quanto riguarda il ritorno a scuola a settembre a partire dalla cosiddetta "scuola blended", ovvero per metà in presenza e per metà a distanza, fino a passare per i fondi stanziati per la scuola, non ritenuti sufficienti per poter ripartire. 

«Mi pare scandaloso che si parli di riapertura di discoteche, di campionato di calcio, delle sagre e ancora non si sa se a settembre comincerà e come comincerà la scuola - dichiara Stefano Micheletti, professore al Liceo Artistico di Venezia - Non stanno mettendo in pratica nessuno provvedimento efficace. Noi chiediamo che vengano stanziati 20 miliardi per la scuola. Bisogna dimezzare le classi fino a 12/15 studenti, abolire le classi pollario, reperire gli spazi. Qui a Venezia ce ne sono di innumerevoli di spazi dimessi che potrebbero utilizzati con questo fine: dai teatri, ai cinema, dalle scuole chiuse alle chiese abbandonate».

Si critica la formazione delle classi secondo la riforma Gelmini del 2009 che porta ad averne di numerose e, dunque, non alla situazione contemporanea della scuola, si chiede che le classi vengano ridotte, si spona il Governo verso l'assunzione di più docenti e collaboratori scolastici precari e si richiede un ripensamento sulla didattica ibrida in quanto tenda a minare, secondo i docenti, anche la loro stessa libertà di insegnamento. 

Cosa ne sarà della scuola? Cosa ne sarà del futuro dei ragazzi?

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