Martedì, 18 Maggio 2021
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La mafia in Veneto esiste, ma i giovani «non la riconoscono». Don Ciotti allo Iusve

Il presidente di Libera ospite mercoledì dell'istituto mestrino. Presentato uno studio che ha analizzato il livello di consapevolezza delle nuove generazioni rispetto alla criminalità organizzata

Don Ciotti (archivio)

Cosa ne pensano i ragazzi della mafia? Sanno che esiste pure in Veneto - anche se ritengono che sia più diffusa al Sud - ma la maggior parte di loro dichiara che questo non condiziona la vita della comunità cui appartengono, né il senso di sicurezza sociale. Fanno spesso confusione faticando a leggere le informazioni dei media al punto da considerare «Gomorra» (il titolo del libro di Roberto Saviano) una delle mafie esistenti in Italia insieme a Camorra, Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita. 

Anche questo è emerso dalla ricerca fatta dal Centro universitario di studi e ricerche in scienze criminologiche e vittimologia (SCRIVI) di Iusve, presentata mercoledì scorso insieme ad un'altra ricerca svolta dall'associazione Libera. Per l'occasione era presente Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, associazioni contro le mafie: a lui è stato consegnato dal professor Marco Monzani (direttore di SCRIVI), il premio "SCRIVI 2019", per la prima volta assegnato ad un'associazione anziché a una persona fisica. Il premio viene assegnato ogni anno a chi, con il proprio lavoro e i propri studi, ha contribuito allo sviluppo di tematiche di interesse criminologico e vittimologico. L'incontro con gli studenti è stato anche un momento di preparazione alla «giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie», organizzata da Libera: quest'anno si terrà a Padova il 21 marzo.

«I giovani, pur essendo consapevoli della presenza della criminalità organizzata, non hanno consapevolezza del rischio che ciò comporta e di come questa presenza potrebbe ripercuotersi nella loro quotidianità - spiega Monzani -. Abbiamo notato molta confusione dovuta, fondamentalmente, al fatto che le fonti cui i giovani attingono, vale a dire le fonti in rete, molto spesso non presentano un’analisi approfondita del fenomeno ma ne presentano una versione “mediatica” che, oltre a non rappresentare fedelmente la realtà, colpisce maggiormente i giovani».

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