Le celebrazioni per il 25 aprile

A Mestre e a Venezia si sono svolte cerimonie "a porte chiuse" per ricordare i caduti della Resistenza e il patrono della città

Il 25 aprile, ricorrenza della Liberazione dall'occupazione nazifascista in Italia, si celebra come si può, viste le restrizioni in vigore: a Venezia le cerimonie ufficiali sono state due, una in laguna e una in terraferma, con le deposizioni di due corone d'alloro rispettivamente in corrispondenza del monumento alla partigiana, a Venezia, e sulla lapide dedicata ai caduti, al municipio di Mestre. In rappresentanza della comunità a entrambe le cerimonie ha presenziato il sindaco Luigi Brugnaro, accompagnato dai gonfaloni di Anpi, AssoArma e altre associazioni. «È la giornata della Liberazione, oltre che del nostro patrono San Marco - ha detto il sindaco -. La Resistenza continua ancora oggi grazie alla passione dei volontari, che donano se stessi agli altri. Questa è la resistenza civile e democratica che fa onore alla nostra libertà, che resiste di fronte agli egoismi e alle diffidenze contro le provocazioni. Dobbiamo avere coraggio e umiltà. Questo ci ha insegnato la Resistenza».

Cerimonie o iniziative simili sono state organizzate in molti altri comuni della provincia e del paese. Anche a Marghera si è svolta una celebrazione: il presidente della Municipalità, Gianfranco Bettin, ha sottolineato: «Nell’intreccio dei suoi significati, quello religioso e da sempre anche civile di San Marco, con la tradizione gentile del bòcolo, e la celebrazione della data fondativa della nostra democrazia, il 25 aprile è il giorno più importante dell’anno veneziano. Ricordiamo come Venezia e Mestre si siano liberate dai nazifascisti, armi partigiane alla mano, prima ancora dell’arrivo degli Alleati, e ricordiamo la lunga attività cospirativa, di resistenza, presente anche nei lunghi decenni della dittatura e culminata nei grandi scioperi operai di Porto Marghera del 1943 e 1944. Marghera, che ha pagato un tributo di sangue a quel coraggio, non poteva mancare, neppure in giorni tragici come questi, di essere in piazza».

Messa a porte chiuse

Nella Basilica di San Marco è stata anche celebrata la tradizionale Messa per San Marco Evangelista, patrono della città e delle genti venete. Il patriarca Francesco Moraglia ha officiato il rito nella chiesa quasi deserta, alla presenza di pochi rappresentanti delle istituzioni civili e dello stesso patriarcato. «Celebro per voi e con voi, in questa modalità “virtuale” - ha detto - col desiderio grande di poter presto tornare a celebrare insieme. In questo periodo, siamo chiamati a camminare insieme e a ricostruire ciò che, solo lentamente, prenderà forma nella vita di ciascuno di noi e nella convivenza sociale. Gli uomini non sono isole e se qualcuno aveva tale convinzione: Covid-19, in poche settimane, ha dimostrato che gli uomini sono una famiglia».

Le lotte di ieri e di oggi: la lettera del governatore

Il governatore Luca Zaia, per l'occasione, ha inviato una lettera aperta ai veneti: «75 anni fa l’Italia viveva il momento del riscatto, della liberazione e iniziava il cammino della rinascita e  della ricostruzione. Oggi c’è una nuova ricostruzione tutta da scrivere, un Paese da reinventare. La domanda che i giovani della Resistenza si facevano allora è “Come vorremmo vivere domani?”. È la stessa domanda di oggi. La lotta di Liberazione fu impegno e sacrificio di popolo, un fatto corale e doloroso. Oggi come ieri avvertiamo tutti il bisogno di un clima di ritrovata fiducia e collaborazione per riuscire ad affrontare insieme questa nuova emergenza, per superare il rischio di una crisi che si preannuncia la peggiore dal dopoguerra».

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«Il primo pensiero - scrive ancora Zaia - corre oggi a chi la guerra e la Resistenza l’ha fatta due volte: la prima, allora, contro un nemico visibile, contro un esercito invasore; la seconda, oggi, contro un nemico invisibile e subdolo. Molti delle oltre 1200  vittime venete del virus appartenevano a quella generazione che è stata protagonista degli anni della Ricostruzione. Sono i nostri nonni, protagonisti di una storia di orgoglio, fatica, immigrazione, povertà, ma anche di riscatto, lavoro, intrapresa, lingua e cultura, che ha fatto grande questo Veneto, non solo nel benessere, ma soprattutto nell’aspirazione alla libertà e alla giustizia. Dobbiamo rendere onore anche a chi non è caduto allora, ma purtroppo cade oggi, con un pensiero di Seneca, preso a prestito dal De brevitate vitae : “Nessuno ti renderà gli anni, nessuno ti restituirà te stesso (...) tu sei affaccendato, la vita si affretta: e intanto sarà lì la morte, per la quale, tu voglia o no, devi avere tempo”».

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