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Jacopo Monticelli all'uscita del reparto Covid di Schiavonia (Padova)

Jacopo Monticelli all'uscita del reparto Covid di Schiavonia (Padova)

Il medico "veneziano dell'anno": «Ecco come ho capito che i pazienti avevano il Covid»

Jacopo Monticelli, infettivologo di 34 anni, nominato dall'associazione Settemari. Il racconto dell'esperienza all'ospedale di Schiavonia dove a febbraio morì per coronavirus il primo italiano

Jacopo Monticelli, infettivologo di 34 anni, è stato nominato "veneziano dell'anno" dall'associazione Settemari di Cannaregio che ogni anno, dal 1978, attribuisce questo riconoscimento, «a persone o istituzioni che operano al servizio della città di Venezia e per il bene comune». Jacopo, ha spiegato il socio fondatore Maurizio Crovato, sarà premiato alla Fenice a gennaio. Studente di Medicina a Padova e poi medico all'ospedale di Trieste per un anno, Monticelli nel 2019 ha vinto un concorso con incarico a tempo indeterminato come consulente infettivologo all'Ulss 6 Euganea (Padova) e ha preso servizio all'ospedale di Schiavonia proprio all'inizio del manifestarsi del coronavirus in Italia, a febbraio. Si è occupato del primo paziente italiano che ha perso la vita causa del Covid, Adriano Trevisan.

«Aveva i sintomi della polmonite interstiziale - racconta - ma i primi accertamenti fatti erano risultati negativi a questa patologia generata dall'influenza. Anche i test più ampi, che hanno la capacità di trovare il virus e i batteri che più di frequente sono la causa di una polmonite, erano negativi. A quel punto dell'indagine epidemiologica c'era qualcosa che non tornava», dice.

Dall'anamnesi (ricostruzione della storia del paziente), spiega Monticelli, non erano risultati viaggi recenti del paziente in Cina, né contatti con persone provenienti da quall'area. «La figlia di Trevisan, il 20 febbraio, ci disse però di ricordare che suo padre aveva gli stessi sintomi del suo compagno di briscola che era stato ricoverato quel giorno con febbre e tosse. Tutti gli amici del bar, inoltre, avevano manifestato gli stessi sentori. Questo è stato determinante». Anche se il paziente non era mai uscito dalla provincia di Padova, e non c'erano stati i contatti previsti dal protocollo ministeriale per somministrare il test anti Covid, la decisione di Monticelli è stata quella di fare il tampone. «Mi sarei preoccupato dopo per l'eventuale danno erariale», scherza l'infettivologo. Il 21 febbraio il tampone di Trevisan ha dato esito positivo al Covid. 

«È vero che volevo fare medico di reparto, più che il consulente, e che per l'azienda di Padova non avevo i requisiti in quel momento - dice Monticelli, che nel frattempo ha vinto un concorso ed è tornato a Trieste come infettivologo - . Per come stanno le cose ora non tornerei. Sono stato fin troppo tempo da solo a Schiavonia, ero l'unico e spesso ho potuto confrontarmi con i colleghi di Padova solo via telefono - commenta - E ammetto che durante la pandemia ho capito l'importanza di lavorare in squadra con persone che conosci».

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