Siamo solo ciò che ricordiamo? Lo spunto riflessivo di Mila, il film di apertura della sezione Orizzonti

L'opera prima del regista greco Christos Nikou si interroga sul significato dei ricordi in un presente in cui gli uomini sono affetti da una diffusa patologia: l'amnesia

La sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia si apre con un film dedicato alla labilità della memoria che pone l'interrogativo  sull'imprescindibilità del ricordo per l'essenza stessa dell'identità umana. Siamo solo ciò che ricordiamo? Si può vivere una vita dignitosa anche se non si ha coscienza del proprio passato? A raccontare al pubblico il senso più profondo delle immagini che cataloghiamo nella nostra mente è il regista greco Christos Nikou che, con il suo "Mila", vuole far riflettere su ciò che ci rende chi siamo e su come si può vivere privi di qualsiasi tipo di memoria. 

Molti silenzi, pochi personaggi, un futuro distopico nel quale una pandemia colpisce le persone privandole dei loro ricordi fanno da sfondo alla storia di un uomo a cui sembra restare un unico ricordo a dargli conforto in una quotidianità che è costretto a vivere nell'oblio: quello del sapore delle mele (Mila in greco) le stesse che danno il titolo al film. Le scene di susseguono cercando di seguire il filo conduttore dell'evolversi di un trattamento psicologico per ritrovare la memoria a cui si sottopone il protagonista che lo spinge a svolgere quotidianamente nuove azioni e creare, così, nuovi ricordi con la speranza di stimolare una memoria ormai perduta ma che, come emerge  in alcune scene del film, per certi versi è lui stesso a non voler ritrovare.

«L'idea delle mele mi è venuta in mente circa otto anni fa - commenta il regista - quando ho cercato di dimenticare la morte di mio padre, evento dal quale ho sviluppato tutta una serie di pensieri riguardo i temi della perdita e dell'identità. Mio padre amava le mele e questo film vuole essere, per certi versi, un omaggio al mio ricordo di lui e un mio modo per cercare di realizzare, anche se solo nella finzione, ciò che non sono stato in grado di fare nella vita reale, cioè dimenticare».

La sceneggiatura nel suo potenziale può apparire interessante ma la storia fa fatica a uscire dallo schermo e a lasciare molte emozioni allo spettatore. Una fotografia dai colori opachi, gli scarsi dialoghi e la mancanza di veri e propri accadimenti redono piuttosto ostica la visione del film e difficile la comprensione della trama. Cosa resta alla fine della visione? Forse l'unico spunto riflessivo che il pubblico può estrapolare sta nell'idea che non per forza dobbiamo essere solo ciò che ricordiamo ma che possiamo crearci, con nuove azioni, un'identità che, se pur staccata dal passato, non per questo ha meno valore. Il passato, dopotutto, è solo l'insieme delle storie che ci raccontiamo e se dovessimo dimenticarncene, che sia per caso o per nostra volontà, possiamo sempre imparare a raccontarcene di nuove.

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