Standing ovation al Lido per Alessandro Rossellini e la sua vita all'ombra di un mito

Lunghi applausi per l'intimo documentario The Rossellinis presentato ieri pomeriggio alla 77. Mostra del Cinema di Venezia all'interno della Settimana della Critica

Sala Perla, prima per il pubblico di The Rossellinis di Alessandro Rossellini

Cosa significa nascere con il fardello di un cognome come Rossellini da portarsi sulle spalle? Quanto una vita privilegiata più che un punto di partenza vantaggioso può essere, invece, un ostacolo se non un impedimento nell'espressione della propria identità? Sono queste le domande che Alessandro Rossellini, nipote del grande regista italiano Roberto Rossellini, si è posto prima di iniziare a prendere in mano la macchina da presa. Ma più che un film, quello del nipote di Rossellini è un percorso terapeutico, un viaggio a ritroso per poter provare a dissolvere i propri demoni e cercare di capire da cosa è stata causato tutto il suo senso di inferiorità e insicurezza rispetto al grande mito di suo nonno. 

Tra l'autoironia, l'amara consapevolezza della propria diversità e quel velo di dolce tristezza nei suoi occhi, il nipote "nero, bruttino e con la madre alcolizzata" del maestro del cinema italiano trova il coraggio di prendere la macchina da presa per la prima volta a 55 anni per provare a fare, a suo modo, il mestiere che ha reso suo nonno e la sua famiglia parte di un mito. Alessandro Rossellini, però, parte del mito non ci si è mai sentito, quindi, gira un documentario per cercare di uscire dall'ombra che il grande nome come quello di suo nonno ha imposto sulla sua vita e quella degli altri componenti della famiglia.

Non ci si può non emozionare durante e, soprattutto, alla fine del film quando lo stesso regista fatica a trattenere le lacrime davanti alla sua impresa che altro non è che un agglomerato di conversazioni intime e anche scomode fatte con tutti i membri della propria famiglia scovati in giro per il mondo. Un racconto adulto e consapevole delle proprie e altrui debolezze umane e la condivisione di una personale, ma sempre universale dura verità: che essere figli, nipoti, parenti di un genio non può che imprimere nel proprio cervello la convinzione che si parte già perdenti e che l'obiettivo da raggiungere per arrivare e superare il genio è pressoché impossibile.

È molto interessante il punto di partenza di Alessandro Rossellini di fare un documentario che sia un viaggio interiore terapeutico per cercare di guarire da quella che lui chiama "Rossellinite", la malattia di essere nato con il cognome Rossellini, e capire se si tratta di una "malattia" comune a tutta la sua famiglia oppure no. E ancora più interessante è vedere come ogni personalità reagisce all'idea di mito a seconda del proprio modo di vedere le cose, senza dubbio condizionato dal modo in cui si è stati cresciuti, e se da un lato c'è chi si sente vittima della fama irraggiungibile di Roberto Rossellini, dall'altro c'è chi ha saputo sfruttare, anche con furbizia, quest'eredità intellettuale. 

Qual è l'approccio giusto e quale sbagliato? Quello che corrisponde di più al proprio modo di essere e basta capirlo per poter eliminare tutti i fantasmi di un passato difficile ed è quello che Alessandro Rossellini arriva a fare alla fine del film. 

Il pubblico, alla prima in sala Perla al Lido di Venezia per la settimana della critica ha capito, apprezzato e amato la forza di un uomo che si mostra vulnerabile e condivide sul grande schermo tutte le sue insicurezze riconoscendo il valore del suo lavoro con un lungo applauso e una standing ovation piena di emozione.

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Non per forza bisogna essere sotto la luce per brillare, si può stare anche all'ombra e Alessandro Rossellini, ieri, dalla sua ombra ha brillato e forse, per la prima volta nella vita, se ne è accorto anche lui. 

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