La Pneumologia di Dolo durante lo "tsunami" Covid-19 ha gestito 116 pazienti

Dai primi di giugno il reparto ha nuovamente accolto le tipiche patologie pneumologiche

Durante lo “tsunami” dell’emergenza, che ha visto il suo picco tra metà marzo e i primi di aprile, nel reparto della Pneumologia di Dolo sono transitati 116 pazienti. «Ora siamo quasi completamente tornati alla normalità – dichiara il Primario, dottor Manuele Nizzetto -. Dai primi di giugno, infatti, il reparto ha nuovamente accolto le tipiche patologie pneumologiche come l’insufficienza respiratoria, la fibrosi polmonare, l’asma, le neoplasie. Ma non dobbiamo abbassare la guardia; non a caso, infatti, manteniamo liberi due posti letto per eventuali nuovi casi collegati al Coronavirus». Tira un sospiro di sollievo il dottor Nizzetto mentre racconta quei giorni difficili, che hanno messo a dura prova sia l’uomo che il medico professionista. E anche la sua squadra che, dice, «ha cercato sempre di sostenere per garantire la loro sicurezza e far fronte alle ingenti ed eccezionali richieste di ricoveri».

I dati

Verso metà marzo, nel giro di pochi giorni, il reparto di Pneumologia dell’Ospedale di Dolo ha subìto una sensibile trasformazione, e si è attrezzato per accogliere nel modo più efficace i pazienti malati di Covid-19 del territorio dell’Ulss 3. Il quarto piano, che ospita le degenze di Pneumologia e Cardiologia, è stato adibito completamente a Pneumologia Covid-19 con 24 posti letto, sempre occupati. La fascia media d’età dei pazienti presi in carico da questo reparto si aggirava attorno ai 70 anni, con un rapporto maschi-femmine di 2 a 1. La persona più giovane che è stata assistita e, per fortuna dimessa, è un ventiseienne, mentre quella più anziana, anche questa dimessa alla fine con esito positivo, ha 90 anni.

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«I pazienti – ricorda il primario – arrivavano a ondate e a ondate precipitavano, nonostante si facesse tutto quello che era in nostra conoscenza. Siamo stati impegnati in turni intensissimi che ci lasciavano solo il tempo di una rapida cena e un riposo notturno, spesso poco ristoratore perché disturbato da pensieri di incertezza per il futuro. L’indomani ricominciava tutto daccapo, con la stessa sensazione d’impotenza, la percezione della scarsa conoscenza di come gestire tale patologia, caratterizzata dall’assenza di una terapia farmacologica certa e dall’impossibilità di prevederne l’evoluzione». Non disponendo di una terapia farmacologica specifica per il Covid 19, i pazienti sono stati trattati seguendo protocolli condivisi nazionali e regionali che prevedevano l’uso di farmaci antivirali e antinfiammatori, e in base a quanto previsto anche dagli studi sperimentali. Qualche paziente è stato trattato con il plasma immune. Accanto alla terapia farmacologica, si ricorreva a quella con ossigeno ad alti flussi oppure alla ventilazione non invasiva e, nei casi più gravi, il passaggio obbligato era l’affidamento alla terapia intensiva. L’intenso lavoro di squadra, che ha coinvolto molte figure professionali, ha permesso di evidenziare il ruolo protettivo dell’eparina nei pazienti affetti da Covid 19; e tale risultato, ottenuto grazie alla stretta collaborazione con i colleghi cardiologi, è ora noto a tutta la comunità scientifica.

 

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