Water Wall, il muro "d'acqua" che manterrà i cibi freschi in un campo profughi in Kenya

Si tratta di un progetto del 2016 della School of Sustainability. Domenica dalle 19.30 sarà presentata la raccolta fondi per la realizzazione de primo prototipo

Domenica 1 luglio a partire dalle 19.30 sarà presentato al pubblico il progetto Water Wall di Ambra Chiaradia e Diana Paoluzzi, nell'ambito dell’iniziativa di temporary-use dell’ex Caserma Pepe, promossa dall'associazione Biennale Urbana in collaborazione con l'Agenzia del Demanio. Si tratterà di un appuntamento nel corso del quale sarà introdotta la campagna di raccolta fondi per la realizzazione del primo prototipo di Water Wall nel campo profughi di Kakuma in Kenya.

Un progetto ad hoc

Water Wall nasce nel 2016 come progetto di ricerca all’interno della School of Sustainability, un percorso post-laurea fondato da Mario Cucinella per formare professionisti emergenti nel campo della sostenibilità. Vincitore del primo premio del Concorso Internazionale Refugee Marketplace, Water Wall affronta specifici temi legati ad architettura e sostenibilità quali cambiamento climatico, riduzione delle emissioni di CO2, ecologia, auto-costruzione. Il progetto è composto da uno speciale muro che, raccogliendo l’acqua durante la stagione delle piogge, utilizza il sistema dell’Evaporative Cooling (rinfrescamento evaporativo passivo) per mantenere i cibi freschi e reperibili anche nei luoghi più fragili del mondo, senza utilizzo di energia.

Facilitare l'accesso ad alimenti sicuri e nutrienti

Water Wall si propone come la matrice principale per la costruzione di mercati alimentari in contesti dove la reperibilità di frutta e verdura, essenziali per l’adeguato apporto di vitamine e micro-macro nutrienti nella dieta, è oggetto di gravi problematiche che sono causa diretta di malnutrizione e insicurezza alimentare. Il progetto Water Wall, grazie alla sua sostenibilità in termini economici, sociali e ambientali, vuole proporsi come uno strumento per facilitare l’accesso ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti nei paesi più vulnerabili del mondo, e per rafforzare la capacità di autodeterminazione dei loro abitanti: attraverso la costruzione di veri e propri “Centri per il cibo” si potrà infatti favorire l’incontro e la relazione commerciale diretta tra piccoli produttori locali e consumatori, aumentando i reciproci guadagni e le reciproche competenze grazie ad una stretta e diretta collaborazione.

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