Il sesto uomo

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L'arte di non mollare mai: due chiacchiere con Angelo Esposito

Se si parla di hockey e si nomina Esposito il collegamento sorge spontaneo e automatico: i fratelli Phil e Tony, membri della Hall of Fame e considerati fra i più forti giocatori della storia di questo sport. Einstein diceva: “Io come Dio non gioco ai dadi e non credo alle coincidenze”. 
Angelo Esposito, attuale centro che gioca nella prima linea della Sportivi Ghiaccio Cortina, non ha legami parentali con le due leggende sopracitate ma ha due zii che si chiamano allo stesso modo, gioca nello stesso ruolo di Phil, porta lo stesso numero di maglia ed è nato nello stesso giorno, il 20 febbraio.

Credete ancora alle coincidenze? 

L'hockey ha segnato il destino di questo talento cristallino, canadese ma con evidenti origini italiane. Una carriera ricca di trasferimenti, speranze, sogni e purtroppo, come spesso capita agli atleti, di infortuni.
Ho avuto l'onore di poter fare una chiacchierata con Angelo e la sensazione è stata quella di viaggiare con una macchina del tempo, la quale ci ha riportato ai momenti più importanti che hanno scandito il suo cammino. 
Devo un doveroso ringraziamento al mio amico e suo compagno di squadra Andrea Moser che mi ha dato l'idea e ha organizzato l'incontro. Senza di lui non sarei qui a raccontarvi tutto questo. 

Eri considerato uno fra le prime scelte nel draft della QMJHL (Quebec Major Junior Hockey League) ma hai detto ai GM delle varie squadre che volevi andare a giocare nel campionato NCAA (National Collegiate Athletic Association). Perché? Credevi fosse la “porta principale” per l'NHL? 

A dir la verità all'epoca era meglio la “Q” dell'NCAA. In Canada l'atmosfera era più simile a quella dell'NHL, solo che avevo frequentato l'high school a Minnesota quindi speravo di continuare il mio percorso lì. In Canada c'è un draft anche per entrare nel campionato giovanile e chiamarono mio padre per dirgli che sarei stato la prima scelta assoluta, ma noi gli dicemmo che non ne sarebbe valsa la pena. Alla fine mi presero all'undicesima scelta e la successiva visita di benvenuto in Quebec mi convinse a spostarmi perché l'ambiente era molto bello. 

Com'è stato il tuo impatto nella lega giovanile canadese?

L'impatto è stato ottimo. La prima stagione venni nominato due volte rookie del mese e alla fine della stessa vinsi il titolo di miglior offensive rookie dell'anno. Secondo, dietro di me, c'era Claude Giroux, attuale capitano dei Philadelphia Flyers.  

Così sei riuscito a farti notare dai “piani alti” e alcune squadre di NHL ti misero gli occhi addosso. Arriva il fatidico momento del draft 2007, cos'hai provato in quel momento? 

Dopo le ottime stagioni con i Remparts tutti si aspettavano che fossi uno dei primi 5 giocatori selezionati al draft, però l'annata che si era appena conclusa non andò bene come quelle precedenti. È stato comunque uno dei giorni più lunghi e faticosi della mia vita a livello emotivo. Sai com'è, ero giovane e stavo per coronare un sogno. Iniziarono a chiamare le scelte e io continuavo a ripetermi “ma quando arriva il mio turno?”. 

E poi... 

Poi alla ventesima scelta venni selezionato dai Pittsburgh Penguins e fu un momento molto entusiasmante. Mi chiamarono in tanti per farmi le congratulazioni e la squadra era formata da giocatori che fino all'anno prima guardavo in televisione. 

In effetti si parla di nomi del calibro di Sidney Crosby e Evgeni Malkin, con i quali ti sei allenato durante il training camp estivo. Che esperienza è stata? 

Ero molto felice di potermi allenare con giocatori di quel livello che nonostante non fossero tanto più vecchi di me avevano già dimostrato il loro talento nelle stagioni precedenti. Sono comunque ragazzi normalissimi come tanti altri.

Però non sei riuscito ad esordire in NHL. Cos'è successo? 

Dopo il training camp mi hanno fatto tornare in Canada per terminare la stagione con i Remparts. Ero giovane e forse un po' troppo sicuro di me stesso e del mio talento. A quell'età pensi che basti quello e non ti rendi conto che di strada devi farne ancora tanta. Mi allenavo con un'altra testa rispetto ad oggi che sono maturato e ho capito che ogni giorno speso in palestra o sul ghiaccio può fare la differenza. 
Nel febbraio del 2008 fui inserito in uno scambio che portò me e altri giocatori agli Atlanta Thrashers, gli attuali Winnipeg Jets, e Marian Hossa e Pascal Dupuis a Pittsburgh. Non la presi male perché ero consapevole che questi appena citati erano giocatori fortissimi già affermati da tanto tempo e i Penguins stavano cercando di formare un roster competitivo per lottare al più presto per il titolo. 

Apriamo una parentesi sulla nazionale. Nel 2008 hai vinto la medaglia d'oro con il Canada nel mondiale under 20... 

Per tre anni venni “tagliato” dopo i training camp estivi dell'under 20 e per me fu un duro colpo. Dopo aver iniziato al meglio la stagione con la mia squadra, a dicembre mi richiamarono per prender parte al mondiale. È stata una delle esperienze più belle della mia vita anche perché all'interno di quel team c'erano giocatori che tuttora militano in NHL come PK Subban, Jamie Benn e John Tavares, ora capitano dei New York Islanders. 

E della finale non mi dici niente? 

Un'emozione indescrivibile. Giocavamo in casa contro la Svezia, le aspettative erano altissime e tutto il Canadian Tire Centre si era colorato di rosso per l'occasione. Durante il secondo periodo, uscendo da un'azione in attacco dalla balaustra riuscii a battere il portiere con un backhand all'incrocio dei pali. Lo considero il gol più importante della mia carriera per il momento decisivo e il frastuono incredibile che riuscivamo a percepire dai 20.000 presenti sugli spalti. 
I problemi però vennero dopo... 

Perché?

Un mese dopo, tornato dai mondiali, iniziò il lungo calvario degli infortuni. Mi feci male al ginocchio con i Montreal Junior e successivamente, passato ai Chicago Wolves, franchigia della AHL, mi colpirono nuovamente dopo poche partite. 

Sei riuscito comunque a riprenderti, sempre in AHL, con i Texas Stars. 

Si, lì ho fatto una buona stagione e poi credevo di potermi giocare l'ultima chance per entrare in NHL ma sfortunatamente l'anno successivo ci fu il lockout. Decisi così di provare una nuova esperienza e accettare l'offerta dei Pelicans che giocavano nella prima lega Finlandese. La squadra non stava andando bene, eravamo ultimi e a metà stagione cambiarono gran parte dei giocatori stranieri. Mi cercò Milano e colsi l'occasione per venire in Italia ma dopo appena 5 partite mi feci male proprio contro il Cortina. 

Ennesima stagione sfortunata e i due anni seguenti sono stati abbastanza particolari. 

Si, nel 2013 giocai poco in Austria con il Bolzano allora decisi di provare a rimettermi in gioco e tornai negli Stati Uniti partendo dalla ECHL, la lega appena sotto l'AHL. Con i Fort Wayne Komets però le cose non andarono come da previsione e decisi di allontanarmi dall'hockey. Ne avevo abbastanza, ero stanco fisicamente, mentalmente e gli infortuni negli anni non mi avevano di certo aiutato. Sono arrivato al punto in cui stavo per dire “basta, smetto”. 

Nonostante tutto sei ancora qui e stiamo parlando di hockey, cosa ti ha fatto cambiare idea? 

In quei mesi ho capito cosa voleva dire per me vivere senza questo sport che ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella mia vita. Mi mancava giocare e non volevo mollare. Mi presi un anno sabbatico dove mi allenai duramente per poi valutare le possibili offerte a fine stagione. 

E l'offerta è arrivata... 

Mi ha cercato il Cortina e non c'ho pensato su due volte. La storia parla da sola per questa società e sapevo che mi sarei potuto trovare bene qui. 

La stagione però non è iniziata come tanti si aspettavano. 

Stiamo facendo un po' di fatica perché siamo una squadra con molti componenti nuovi, allenatore compreso. Lavoriamo tutti molto duramente per raggiungere l'obiettivo comune e miglioriamo partita dopo partita con la speranza di entrare al più presto nello stato di forma ottimale.  

Sai che sugli spalti dell'Olimpico la gente dice “quello pattina eh...”?

So che si aspettano tanto da me e cercherò di ripagare loro e la squadra dando sempre il massimo. 

Domanda di circostanza per chiudere questa piacevole chiacchierata: il miglior compagno di linea con cui hai giocato? 

Sicuramente Alexander Radulov. Ora è uno dei due assistenti capitano del Cska Mosca e il secondo giocatore con più punti nella storia della KHL. Ai Remparts durante la stagione 2005-2006, la mia migliore in Canada, collezionammo 250 punti in due. Fu un periodo fantastico e ci trovavamo a meraviglia. 

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Ringrazio Angelo per la disponibilità e la cortesia mostrata nei miei confronti nella speranza che il suo spirito di sacrificio possa essere un esempio per i giovani.
 
 

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Il sesto uomo è un tenore fuori dal coro, è il tiro scoordinato sulla sirena dei 24 secondi, è la nota stonata che dona armonia al tutto

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