Il sesto uomo

Il sesto uomo

L'attimo eterno di Marat il pazzo: l'uomo che sconfisse il talento

Esiste colui che riesce a conciliare le doti innate con il duro lavoro. Sebbene non ce ne siano molti, questi sono di solito coloro che scriveranno pagine di storia. 

Esiste colui che non possiede l'estro, ma ha una tale dedizione, resilienza e forza di volontà che attraverso estenuanti allenamenti riesce comunque ad ottenere un discreto successo e il mondo del professionismo. 

Poi, esiste Marat Safin: l'uomo che riuscì a sconfiggere il talento, mortificando madre natura e facendola pentire per quel lontano 28 gennaio 1980, giorno in cui dové scegliere a chi donare “quel qualcosa in più” e scelse un pazzo.  

Fine millennio, 28 agosto 2000.
Atto finale degli US Open
Da una parte c'è Pete Sampras: testa di serie numero 4 del torneo, che ha dominato la scena tennistica degli anni '90 dando battaglia al quasi coetaneo e arci-rivale Andre Agassi. A luglio di quell'anno ha già vinto il suo terzo Wimbledon consecutivo, tredicesimo dei quattordici titoli dello Slam che conterà a fine carriera, e ormai viene giustamente annoverato fra i migliori tennisti della storia di questo sport. Dall'altra parte della rete si trova invece un giovane russo che risponde al nome di Marat Safin: testa di serie numero 6 del torneo e pure testa caldissima con appena 20 anni sulle spalle. Il ragazzo si è messo in mostra qualche anno prima, nel 1998, per aver battuto consecutivamente Agassi e Kuerten, quest'ultimo campione in carica, al Roland Garros. 

Al campo centrale Arthur Ashe di Flushing Meadows, parco di Manhattan in cui è situato il circolo che ospita il torneo, l'atmosfera è come sempre già calda di suo e il cemento trasmette temperature talmente elevate che costringono i giocatori ad indossare due calzini per evitare ustioni ai piedi.  A surriscaldare l'intero ambiente c'è un fattore in più: Sampras è americano, il tramonto è vicino e anche i Re verrano spodestati dai rampanti giovani che aspirano al trono. I dolori alla schiena che lo hanno perseguitato per gran parte della carriera non sembrano dar tregua anche se nel 2002, l'anno del ritiro, tornerà al trionfo proprio a New York. 
Il pubblico però, non avendo capacità chiaroveggenti, è interamente schierato dalla parte di Pete e sogna una vittoria proprio lì, nel giardino di casa.


Il sogno americano e la follia russa sono le due tematiche che caratterizzano una partita talmente surreale che solo una mente come Dalì avrebbe potuto rappresentare meglio della realtà. Il giovane Marat, passatemi il gergo strettamente tennistico, “prende a pallate” Sampras. L'esito è impietoso: 6-4, 6-3, 6-3. 


Quando adotti una tecnica che ti permette di vincere costantemente per 10 anni, certamente non la cambi solo perché davanti ti trovi uno sbarbatello che dicono avere del talento. Pete ha sempre giocato serve & volley e chip & charge: dopo ogni servizio e ogni risposta scende a rete. Proprio grazie a queste due strategie e le sue straordinarie doti nel gioco al volo è risultato per anni imbattibile su terreni veloci. Quel giorno però le cose andarono in maniera diversa e Safin, 193 cm per 88 kg, ribatté colpo su colpo come un bombardiere russo. Ogni volta che Sampras scendeva a rete Marat lo “bucava” in qualsiasi modo. 


Celeberrima divenne la frase di Sampras durante l'intervista dopo la partita: “Questo fenomeno ha giocato un tennis che non conoscevo, mi ha sommerso, ha fatto quel che voleva di me, come non immaginavo, come non pensavo possibile”. Ecco, le parole “ha fatto quel che voleva di me” rendono alla perfezione l'immagine dell'intero incontro. Gianni Clerici, primissima penna del tennis italiano e presente durante l'intervista, raccontò di un Sampras desideroso di cercare un conforto umano più che una scusa tattica per giustificare la disfatta. Portava ancora addosso i lividi di un knock-out pesantissimo e inaspettato. 

È l'inizio di una nuova era, lo pensarono in molti. Anzi, moltissimi.  Il ragionamento sorge spontaneo: Marat ha un talento straordinario, è naturalmente portato a livello fisico in un tennis che ormai si sta evolvendo e dove, oltre alla tecnica, viene assolutamente richiesta anche la forza. È già il numero uno dopo la finale contro Sampras e potenzialmente può rimanere in quella posizione per svariati anni. Ma, come diceva qualcuno, ai posteri l'ardua sentenza. Proprio ardua, soprattutto da digerire. Marat riuscì a ripetersi soltanto una volta, nel 2005, quando vinse il suo secondo Slam in Australia sconfiggendo in finale Hewitt ma, ancor più prestigiosa, fu la vittoria in semifinale contro un tale che risponde al nome di Roger Federer e del quale spero non ci sia bisogno di narrar le gesta (magari più avanti, ma ora no). Perché? Per quale oscuro motivo Safin non ha dominato per anni come tutti si aspettavano? La risposta è semplice: perché il tennis è tanto affascinante quanto meschino. C'è sempre un avversario al di là della rete, ma il problema è che per batterlo devi prima fare i conti con quello che sta dalla tua parte del campo. Non è un raccattapalle che tarda a passarti l'asciugamano e nemmeno un tizio chiassoso del pubblico che mentre stai per servire urla “Vamos...” seguito dal nome del tuo sfidante. Ha le tue sembianze, i tuoi colpi e fa persino i tuoi stessi movimenti. 

Il primo avversario da temere in campo sei tu stesso. 

A fine partita, quando ti avvicini a rete per la stretta di mano finale, trovi un giocatore che può essere completamente diverso da te, magari simile o addirittura identico per quanto concerne lo stile di gioco. La differenza la fa e sempre la farà la testa, con quella vinci e con la stessa perdi. Rientrato in spogliatoio, dopo una doccia calda per rilassarti dopo la vittoria o gelata per svegliarti dall'incubo appena vissuto, ti guardi allo specchio e scopri che è stata l'immagine riflessa dinanzi ai tuoi occhi a determinare l'esito finale dell'incontro. 
Il tennis è pura psicologia. Una guerra di nervi nella quale bisogna avere sangue freddo per evitare di cadere nella trappola delle “sabbie mobili”. Quest'ultimo è un concetto profondo che ci aiuta a capire una condizione molto particolare: colui che nel tennis fatica a gestire l'aspetto mentale, quando sbaglia, si arrabbia con se stesso. Sbaglia di nuovo e si innervosisce ancora di più. Errore dopo errore, sempre peggio. La testa va in tilt, non funziona perché offuscata dalla rabbia e inevitabilmente non si ha più la percezione di quello che sta accadendo attorno, iniziando così a sprofondare in una condizione di immobilità e incapacità di reagire, esattamente come nelle sabbie mobili. L'odio verso se stessi quando le cose vanno male rappresenta il più autentico suicidio, sportivamente parlando, che si possa compiere. 

(Non a caso, nel tennis moderno, mi affascina l'esultanza finale di Stan Wawrinka dopo ogni vittoria. Lo svizzero si volta verso la tribuna per scorgere lo sguardo dell'allenatore e si punta l'indice all'altezza della tempia come dire “ho vinto grazie a questa”)

Ecco, Marat fu un pazzo che riuscì nell'impresa di sconfiggere il talento che gli venne donato. La mia tesi può sembrare apparentemente complicata e a tratti contraddittoria ma in realtà è abbastanza semplice. Solitamente quando si dice che qualcuno ha sconfitto qualcosa, ci si riferisce a un'esperienza positiva. Avviene quando si riesce ad eliminare ciò che ci sta dinanzi e si oppone al nostro essere. Safin, invece, pugnalò alle spalle il “suo migliore amico”: il talento. Fu, in parole semplici, una sconfitta nella sconfitta: soppresse l'estro e così facendo annientò l'alleato più forte di cui avrebbe potuto disporre per dominare il tennis degli anni a venire.


Bello, dannato e amato per esser semplicemente se stesso. La follia ha sempre preso il sopravvento su un uomo che tuttora non rinnega nessuna delle scelte fatte in carriera. Nel mondo del professionismo riuscire a mantenersi longevi e vincere gli anni che passano implica avere delle priorità almeno per quanto riguarda lo stile di vita, ma il russo si concesse sempre qualche distrazione di troppo. Risse, delle quali portava i segni anche in campo, e gioco d'azzardo. Tante donne quante racchette spaccate, con la sola differenza che le seconde, grazie agli sponsor, non le pagava. Divennero celebri le safinette: delle femme fatales disinibite e succintamente vestite che abitavano spesso il suo angolo in tribuna dove, di solito, risiedono allenatori e parenti. Marat aveva un rapporto “speciale” con l'altro sesso, tanto da dire: “Più sono belle, più costano le donne. Ma non è vero che le pago per farle venire a letto con me. Le pago per farle andare via dopo.”

Tutto questo ha fatto si che il sipario sulla carriera di Safin calasse ben prima del previsto. 
Nel 2007 il russo cercò di ritrovare la propria identità partendo per il Tibet dove scalò la sesta vetta più alta della terra: il Cho-Oyu, alto 8.201 m. Nemmeno l'aria fresca della catena himalayana e la visita di luoghi così potenti riuscirono a convertire le tendenze autodistruttive di Marat. Smise nel 2009, senza infamia e senza lodi, con un secchissimo “è il momento di fare altro”. L'ultima partita disputata fu quella contro Del Potro al torneo di Parigi-Bercy, al termine della quale si commosse dopo aver ricevuto il doveroso tributo da parte di attuali ed ex campioni del circuito. Ora è vicepresidente della Federazione tennistica Russa. 

Non sappiamo “come sarebbe andata se...” e non lo vuole sapere nemmeno lui. Marat, pazzo e a tratti filosofo, spesso si è lasciato andare di fronte ai giornalisti ed è sempre riuscito a trasmettere una sensazione di pace nei confronti di un'esistenza vissuta senza rimpianti. Al dubbio che ho appena accennato ci ha risposto proprio lui durante una conferenza stampa: “Sapete quante volte alla settimana mi sento ripetere: "Avresti dovuto vincere di più"? Ma io me frego. Sono stato numero uno del mondo, fra i top-5 per cinque anni, ho vinto due Slam, due Coppe Davis. Se avessi avuto una testa diversa forse non ci sarei mai riuscito. Se mia nonna avesse avuto le palle, sarebbe stato mio nonno”.

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Abbiamo la certezza di una cosa sola: quella finale fu per Marat un lampo d'onnipotenza immortale. Maltrattare Sampras di fronte ai suoi tifosi, a casa sua e in quel modo ha lasciato tanti appassionati di sport senza fiato. Come ho scritto poco fa lui non ha rimpianti, ma gli amanti del tennis avrebbero sicuramente voluto continuare ad apprezzare il Safin di quel giorno. Un giocatore capace di stupire il mondo intero e guadagnarsi un pezzo di eternità. Sempre Clerici, con l'umiltà di un uomo consapevole di essere esperto ma ragionevolmente onesto da non addentrarsi in un campo che non gli compete, qualche anno dopo tornò su quella partita e riuscì a sintetizzare Marat in due frasi: “Il Safin di quel giorno fu, probabilmente, il miglior tennista dell'ultimo decennio. Destinato a non ripetersi per ragioni che uno psicoterapeuta saprebbe meglio analizzare dello scriba”. Commentava le partite insieme a lui un altro grandissimo giornalista ed esperto di tennis, Rino Tommasi, il quale concordava con il collega sopracitato e all'interno del suo libro Maledette classifiche scrisse: “Mi è capitato più volte di scrivere che se Marat Safin avesse sempre giocato il suo miglior tennis sarebbe stato imbattibile”.

Il sesto uomo

Il sesto uomo è un tenore fuori dal coro, è il tiro scoordinato sulla sirena dei 24 secondi, è la nota stonata che dona armonia al tutto

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