Il sesto uomo

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Dall'inferno al paradiso: la rinascita di Renè De Silvestro

"È uno sport bastardo”. 
Sono state queste le brevi ma concise parole di Federica Brignone riferendosi allo sci nell'intervista riportata qualche settimana fa sul magazine Sportweek. In effetti, ha e abbiamo tutti noi che veniamo da questo mondo, le ragioni per dirlo. Però si sa quanto sia difficile liberarsi dalle catene di una passione nonostante questa possa portare anche delle sfortune. 
Ho avuto la grande occasione di parlare con Renè De Silvestro, giovane classe '96, il quale si è dovuto imbattere in una sfida che inizialmente sembrava impossibile, una di quelle che sembra porti dinanzi la vita con lo scopo di rovinarti la stessa. 
Avrei tante cose da dire, tante emozioni difficili da spiegare a parole, ed è proprio per questo motivo che mi metto in disparte e lascio parlare lui. Lascio parlare la sua voce, la sua forza, la sua tenacia, il suo coraggio e lo spirito di una persona che con il sorriso e tanti, tantissimi “attributi”, si è ripresa in mano la sua vita. 

Renè, facciamo un tuffo nel passato e, se ti va, iniziamo da quel fatidico giorno. 

Non è un problema, l'ho raccontato tantissime volte ormai (ride, ndr.). Era il 22 gennaio 2013 e mi trovavo ad Alleghe per una Fis JR, ero secondo anno aspiranti. Sai com'è, solita routine di noi atleti, siamo arrivati e sono andato a lasciare gli sci da gara e lo zaino in partenza. Dovevo ancora fare ricognizione e siamo andati a fare un giro di riscaldamento. Io e il mio compagno di squadra Sebastiano Perin siamo partiti e a un certo punto durante una curva mi ha toccato lo scarpone e sono scivolato verso il bordo che in quel tratto confina con il bosco. Ho avuto sfortuna perché, resomi conto che mi stavo avvicinando agli alberi, ho provato a rialzarmi proprio nel momento peggiore, ovvero quello in cui terminava la pista, e così ho praticamente iniziato io stesso la torsione che poi mi ha portato ad impattare un albero con la parte bassa della schiena. 
Tanti hanno parlato del guscio, ma non sarebbe comunque servito perché la botta è avvenuta in una zona che le protezioni non ricoprono. Ti racconto un particolare inedito: quella mattina, verso le 7:30, i miei dormivano ancora e mio padre si svegliò di soprassalto urlando il mio nome. Mia mamma gli chiese perché stesse gridando, ricordandogli che ero ad Alleghe per la gara. Neanche mezz'ora più tardi ricevettero la telefonata in cui gli dissero che mi ero fatto male. La vita è proprio strana.  

E poi? 

Ho capito subito che non era una semplice contusione. Non riuscivo a muovere le gambe e avevo preso anche un colpo all'altezza del torace che mi rendeva difficoltosa la respirazione. Sebastiano ha chiamato immediatamente i soccorsi e mi hanno portato subito in ospedale a Belluno con l'elicottero.

Lì, fortunatamente, erano già presenti degli esperti, giusto? 

Si, quel giorno a Belluno c'era un'equipe medica specializzata in questo tipo di infortuni. Mi dissero che non venivano sempre, solo ogni tanto. La diagnosi fu difficile da accettare: frattura da scoppio alla vertebra D12 e frattura scomposta della D7. L'operazione è durata 5 ore e mi hanno installato due barre di titanio con 10 viti che tuttora ho. 

Come sono stati i primi attimi dopo l'intervento? 

Inizialmente ho provato tanto dolore, mi hanno somministrato anche della morfina, ma poi mi sono ripreso abbastanza velocemente. Dopo qualche giorno mi hanno messo il busto e hanno iniziato a mettermi sulla carrozzina nella quale cautamente riuscivo un po' a muovermi. 

Il percorso di recupero cosa prevedeva? 

Il 9 gennaio 2013 mi sono praticamente trasferito a Vicenza in un ospedale specializzato nella riabilitazione per lesioni midollari. È stata una bella esperienza e mi sono divertito. Lo staff era molto preparato, professionale e simpatico. Mi facevano fare dei percorsi a ostacoli e il loro obiettivo, completamente riuscito, era quello di rendermi indipendente nonostante la carrozzina. Sono rimasto lì fino a luglio e quando ho tolto il busto sono riuscito a tornare a casa almeno per i week end. Già in quel periodo mi rafforzai molto fisicamente grazie alla palestra che avevamo a disposizione. Il mio recupero molto rapido ha sorpreso un po' tutti. 

Finalmente il ritorno a casa, qui fra le montagne che ami. 

È stato molto bello poter tornare a casa ed ero molto determinato. A luglio 2014, appena dimesso dall'ospedale, ho continuato ad andare in palestra sotto l'occhio vigile e attento di Orlando Maruggi. Lui mi ha aiutato tantissimo fin da subito e dopo poco tempo abbiamo iniziato a viaggiare in giro per l'Italia per delle gare di panca piana. 

E in quel periodo qualcosa è cambiato. 

Si, Orlando ha conosciuto Germano Bernardi, un ragazzo di Mel molto forte nel lancio del peso e del giavellotto, e sono stato praticamente introdotto in questo mondo fino ad allora a me sconosciuto perché prima dell'infortunio non avevo mai praticato discipline atletiche. Ho iniziato ad allenarmi molto bene e ad Ancona, nell'aprile del 2015, ho vinto due medaglie d'oro all'esordio nei miei primi campionati italiani. 

Nel frattempo però non c'è stato solo sport... 

Si, a maggio 2015 ho conosciuto Lucrezia, la mia attuale fidanzata. Lei è meravigliosa, mi capisce e mi supporta sempre in qualsiasi cosa voglia fare. È state una bella sorpresa, faremmo qualsiasi cosa l'uno per l'altro e stiamo molto bene insieme. 

Torniamo all'atletica, se non vado errato poi le cose si sono evolute molto rapidamente. 

Dopo le due medaglie d'oro ad Ancona ho preso fiducia e mi sono ripetuto con il medesimo risultato a Grosseto, a giugno dello stesso anno. Dopo quei risultati mi ha notato il giro nella nazionale italiana, convocandomi ai mondiali junores in Olanda. Anche lì sono riuscito ad impormi e vincere nuovamente due medaglie d'oro sempre nel lancio del peso e del giavellotto. È stata una grandissima soddisfazione perché praticavo da poco quelle discipline e ho dedicato quelle due vittorie a Lucrezia, era felicissima. 

Facciamo un passo indietro. Nonostante i successi nell'atletica, il tuo sogno era di quello di tornare sugli sci, la tua più grande passione. 

Ho sempre voluto tornare in pista, sin dall'inizio. Lo sci è la mia vita e mi ha sempre regalato gioie immense, non volevo privarmi del mio più grande amore, nemmeno dopo l'incidente subito. A febbraio 2015, quindi già prima degli italiani e dei mondiali estivi, mi ero attivato ed informato sul mono sci. Devo un enorme ringraziamento allo sci club Druscé, il quale grazie ad una colletta organizzata dal presidente Flavio Alberti mi ha regalato il materiale necessario per tornare sulla neve. Provai subito e all'inizio era difficile ma presi la mano abbastanza velocemente, d'altronde venivo da quel mondo, quello che ho sempre sentito appartenermi. A Marzo sono andato subito a testare le mie capacità in gara e ho preso parte agli italiani di slalom gigante e slalom speciale a Folgaria. Sono caduto in entrambe le gare ma lo staff della nazionale mi aveva comunque notato anche perché, anche se può sembrare strano, non c'erano tanti ex sciatori. Avevano intuito le mie potenzialità, mi hanno consigliato di continuare ad allenarmi duramente e fare punti alle gare perché sarei potuto arrivare lontano.

Sei riuscito a tornare a sciare, poi la stagione è finita e se ne sarebbe riparlato dall'inizio della successiva. 

Terminati gli impegni con l'atletica ero deciso, volevo tornare a tutti gli effetti. A novembre dell'anno appena passato abbiamo iniziato a muoverci per trovare un allenatore e abbiamo scoperto in breve tempo che la soluzione migliore era già lì, sotto i nostri occhi, al Druscé. Luca Lacedelli aveva già allenato Fabrizio Zardini, atleta che nel 2002 ha vinto le olimpiadi a Salt Lake City. Lui era molto felice e si è reso immediatamente disponibile accettando la sfida. 

Ho visto un video di un tuo allenamento in slalom speciale, sono rimasto impressionato. Come ti trovi con il monosci? Come fai ad abbattere i pali? 

Con il monosci è tutto completamente diverso. Innanzitutto non è semplice perché avendo una superficie d'appoggio ridotta, il tuo corpo esercita una forte pressione sull'unico attrezzo che hai a disposizione. Poi c'è l'ammortizzatore che praticamente svolge la funzione delle gambe. Insomma è un po' un casino (ride, ndr.). Pensa che per abbattere i pali da slalom ho preso dei tappetini da yoga, li ho ritagliati sulla forma del mio busto e li posiziono sotto la tutina. È comunque interessante vedere come la sciata non sia canonica come nello sci normale, alcuni si ingegnano, altri non colpiscono nemmeno i pali girandoci soltanto attorno.

Ora hai grandi obiettivi per il futuro. 

In autunno, dopo essere stato ad Hintertux sempre con lo sci club Druscé, con Flavio, Luca e Orlando abbiamo stabilito un programma di allenamenti ben preciso, sia in pista che fuori. Da dicembre abbiamo iniziato ad allenarci con costanza e dedizione. Sempre in quel periodo Flavio ha instaurato una collaborazione con il Comune di Cortina e hanno dato vita ad un progetto che si chiama “Road to Olympic Games”. Il nome parla da sé, adesso voglio finire la maturità per poi concentrarmi definitivamente su questo obiettivo: andare alle olimpiadi di PyeongChang nel 2018. Sarebbe un onore già partecipare ma ormai, arrivato a questo punto, voglio andare lì per vincere. 

Fra poco arriverà un momento molto importante per te, finalmente Coppa Europa. 

A metà dicembre ho iniziato a fare le gare IPSAC, che corrispondono praticamente alle Fis, e sono riuscito ad ottenere il punteggio necessario per accedere al circuito maggiore. Neanche un mese fa è arrivata una grande notizia: sono stato convocato per le gare di Coppa Europa che si terranno ad Obersachsen il 17-18-19-20 marzo e alle quali mi accompagnerà anche Lucrezia. Saranno due giganti e due slalom, ma in futuro voglio cimentarmi anche nelle discipline veloci, che per adesso ho provato soltanto in campo libero. La Nordica mi fornisce degli ottimi materiali e adesso ci alleneremo sempre più duramente per continuare a migliorare e volare in Korea.

Insomma, la tua vita è cambiata. 

In meglio direi, mi ritengo molto fortunato perché sono consapevole che ci possono persone che stanno peggio di me. Nella vita bisogna sempre guardare i lati positivi, diciamo il bicchiere mezzo pieno. Io non mi sono mai arreso e non ho mai mollato. Non bisogna mai smettere di credere né in se stessi né nelle proprie passioni. Quel giorno, per quanto maledetto sia stato, mi ha aperto nuovi mondi e mi ha dato nuove possibilità che cerco di sfruttare al meglio giorno dopo giorno. Sai, è strano da dire, è una cosa che non auguro ma auguro allo stesso tempo. 

Posso immaginare. Hai delle persone che ci tieni a ringraziare particolarmente? 

Sono tantissime. In primis la mia famiglia che ha fatto di tutto per me. Mio padre ha fatto i salti mortali cercando di liberarsi sempre e trovare il tempo anche nonostante il lavoro. I miei amici che mi sono stati sempre vicini sin dal primo giorno venendomi a trovare ogni volta che ne avevano l'occasione. Flavio Alberti e tutto lo sci club Druscé perché mi hanno dato l'opportunità di poter tornare a fare ciò che amavo più di ogni altra cosa, insieme a Luca Lacedelli, il mio allenatore, con cui ho instaurato un rapporto meraviglioso, praticamente come quello fra padre e figlio. Orlando Maruggi, il mio preparatore atletico, che mi ha seguito sempre da quando sono tornato a casa e mi segue tuttora. Vorrei ringraziare anche il Comune di Cortina per il progetto riguardante le Olimpiadi e infine per ultima, ma non per importanza, la mia ragazza Lucrezia. 

Grazie infinite René, è stato un piacere. 

Ah si, ti racconto anche questo dettaglio che, pur centrando poco con lo sport, mi rende molto felice. Io e Lucrezia abbiamo trovato un appartamento a San Vito, lo stiamo arredando e da luglio andremo a vivere insieme. 

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