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Sgominata cellula terroristica jihadista, 3 arresti: "Bomba a Rialto per il paradiso"

L'operazione nella notte tra mercoledì e giovedì da parte di polizia e carabinieri. Un minorenne in stato di fermo. In manette un trio di kosovari gravitanti in centro storico

"Con Venezia guadagni subito il paradiso, con quanti miscredenti ci sono qua. Mettere una bomba a Rialto". L'altro risponde: "Sì, per buttarla. E poi boom boom". Non è fantascienza. Non è nemmeno un film. Gli jihadisti camminavano tra le nostre stesse calli. Anzi, ci servivano al ristorante. Visto che tutti e 4 gli arrestati (un minorenne è in stato di fermo) lavoravano come camerieri nel centro storico lagunare. Era da mesi che si erano convinti di dover agire. Che farsi esplodere sul ponte di Rialto sarebbe stata un'azione giusta. Avrebbero conquistato il "loro" Paradiso. Polizia e carabinieri, anche con le squadre scelte di Nocs e Gis, hanno arrestato Fisnik Bekaj, 25enne, Dake Haziraj, 26enne, e Arjan Babaj, 28enne. Si tratta di 3 cittadini kosovari che avevano costituito una cellula jihadista che si preparava, secondo gli inquirenti a entrare in azione.

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"SI ADDESTRAVANO A COLPIRE" - "Perché la fase di autoaddestramento è fondamentale - ha spiegato il procuratore capo ad interim della Procura di Venezia, Adelchi D'Ippolito - una volta ottenuti esplosivo o altre armi la fase dell'azione è repentina. Siamo intervenuti prima". Sottoposto a fermo anche un 17enne kosovaro membro attivo della cellula, che si indottrinava attraverso i video dell'Isis. Si preparava agli attentati. Ne parlava apertamente durante le intercettazioni telefoniche: "Se domani faccio il giuramento... - dice uno degli arrestati - se domani faccio il giuramento e mi danno l'ordine, sono obbligato a ucciderli tutti. Allah ha detto: 'nello stesso modo'". Tutti e 4 i sospettati vivevano in centro storico tra il sestiere di San Marco e Castello. All'alba sono scattate anche 12 perquisizioni, anche in terraferma. In via Fratelli Bandiera a Marghera e nel Trevigiano. Altre persone risultano indagate (sarebbero 3) ma per loro non è stata ritenuta necessaria una misura di restrizione della libertà personale.

INDAGINI SCATTATE POCHI MESI FA - Le indagini sono scattate nel 2016, ma avevano avuto un loro prologo nel 2015, nel momento in cui Dake Haziraj aveva minacciato il proprio datore di lavoro, facendo ritenere che potesse avere a disposizione delle armi. Gli inquirenti si sono concentrati su di lui e sul suo coinquilino, Fisnik Bekaj. Si tratta di persone che all'apparenza hanno vite del tutto normali: profili Facebook senza alcuna macchia e un lavoro. Permesso di soggiorno in regola. Insomma, cittadini modello. Era tutta una facciata: gli inquirenti sono convinti che Fisnik Bekaj nel 2016 (non molti mesi fa) sia rientrato in laguna dopo una sua permanenza in Siria. Certo non una gita di piacere. "Abbiamo motivo di ritenere che ci fosse andato per combattere", ha sottolineato D'Ippolito. A Venezia avrebbe continuato a farlo, ma senza armi. Affidandosi alle parole e ai video. E' iniziata un'attività di proselitismo che ha trovato terreno fertile nel suo coinquilino e negli altri arrestati. Ma la loro attività digitale non aveva confini, avendo contatti con realtà mediorientali e di altri Paesi che condividevano la stessa ideologia "rivoluzionaria", come la chiamavano loro.

IL VIAGGIO IN KOSOVO  - Il punto di svolta per il presunto leader del gruppo nel novembre 2015, nel momento in cui Bekaj avrebbe fatto un viaggio in Kosovo da cui sarebbe tornato cambiato. Un integralista. Sono stati controllati cellulari e sono state effettuate perquisizioni ambientali. Sono stati passati a setaccio i social network, specie Facebook e Instagram. E' anche lì che è stato scoperchiato il vaso di pandora. "C'erano profili social sia di Instagram e Facebook con nickname completamente diversi da quelli normali - ha spiegato in conferenza stampa il dirigente della Digos di Venezia, Daniele Calenda - Questi profili erano totalmente di natura eversiva. Si sono autoaddestrati in prima battuta all'utilizzo di armi bianche con indicazioni su dove attingere le vittime. Erano informazioni quasi 'mediche'. L'indagine ha avuto accelerazione all'indomani dell'attentato di Londra. C'erano messaggi in cui si evinceva la convinzione totale di operare anche qui in questo senso".

LE INTERCETTAZIONI - Ad aggravare il quadro c'è l'intercettazione "regina" in cui si parla di una bomba a Rialto, ma ce ne sono altre che certo non sono rose e fiori: "E' un grande, avendo messo la bomba dentro lo zaino", afferma a un certo punto Babaj, considerato dagli inquirenti l'ideologo del gruppo. Sta guardando un video in cui si parla di un attentato con esplosivo. Durante la visione di un video in francese il narratore dice: "Non è quello preferito per questo tipo di operazione. Qualcosa di più semplice. Non deve essere di quelli usati quotidianamente, non deve essere troppo piccolo e deve essere affilato. Adesso bisogna vedere i punti essenziali dove colpire il corpo umano. Combattete il mondo nella vostra regione, quindi uccideteli e agite perché potete cambiare la storia". O ancora: "Dobbiamo morire, noi... - dichiara uno degli arrestati - perché non possiamo prendere questa terra, se domani abbiamo questa possibilità perché non sfruttarla?". Al che un altro degli arrestati risponde: "Sì, noi comunque dobbiamo morire!".

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BASE LOGISTICA A VENEZIA - Tra pedinamenti e intercettazioni, si è ricostruita la rete di relazioni dei giovani kosovari. Si è accertato che l'abitazione in cui era domiciliato in affitto Bekaj era divenuta una base d'appoggio per numerosi connazionali, tra cui Babaj. Lì si pregava e si discuteva. Si inneggiava all'Isis. Si esultava per gli attentati. Il venerdì veniva dedicato alla preghiera, normalmente nella sede di un'associazione culturale mestrina. Sui social, specie attraverso il profilo Instagram dell'utente "gurhaba", era un turbinìo di post di matrice islamista. Fino ad arrivare alla notte tra mercoledì e giovedì, al blitz delle forze dell'ordine: "Le zone circostanti i due obiettivi sono state cinturate - è stato spiegato in conferenza stampa - dal momento in cui le forze speciali sono entrate negli alloggi a quando i sospetti sono stati bloccati sono passati solo 12 secondi. Tutto è andato per il meglio". Ora naturalmente le indagini continuano: nell'ambito delle perquisizioni sarebbero state sequestrate anche delle pistole. Al vaglio se vere o finte.

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