Maxi operazione contro la Camorra: il capo clan latitante si nascondeva nel Veneziano

C'è anche un residente nel Veneziano tra gli indagati nell'inchiesta dei carabinieri del Ros che ha portato a 59 misure cautelari

Non solo avrebbe dato ospitalità a uno dei capi clan, ma ne avrebbe anche finanziato la latitanza. C'è anche un residente nel Veneziano tra gli indagati nella maxi inchiesta sulla Camorra conclusa nelle scorse ore dai carabinieri del Ros, supportati dai colleghi del comando provinciale di Napoli e della compagnia di Giugliano in Campania. Un'indagine che ha portato il gip del tribunale di Napoli a emettere 59 misure restrittive per reati che a vario titolo comprendono associazione mafiosa e concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione elettorale, tentato omicidio, porto e detenzione di armi da fuoco e di esplosivo, danneggiamento, trasferimento fraudolento di valori, estorsione, minaccia, turbata libertà degli incanti, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, favoreggiamento personale, rivelazione di segreti d’ufficio. Tutti reati commessial fine di agevolare le attività dei clan camorristici Puca, Verde e Ranucci operanti nel Comune di Sant’Antimo e limitrofi.

Arrestato un residente nel Veneziano

In 38 sono finiti in carcere, altri 18 ai domiciliari, due avranno l'obbligo di firma e uno la sospensione dai pubblici uffici. E tra gli indagati finiti agli arresti domiciliari c'è Arcangelo Cantiniello, 64enne originario di Aversa e domiciliato a Quarto d'Altino che, proprio nel Veneziano, avrebbe ospitato colui che è ritenuto uno dei capi clan, Lorenzo Puca. 

Le elezioni pilotate

Dalle indagini è emerso anche il condizionamento delle elezioni comunali del Comune di Sant’Antimo (sciolto il 20 marzo per infiltrazioni mafiose) tenutesi nel giugno 2017, attraverso una campagna di voto di scambio. In tal senso è stata fatta luce su un’incalzante opera di compravendita di preferenze, con una tariffa di 50 euro per ogni voto, a favore di candidati del centrodestra, soccombente, come noto, al ballottaggio, dopo un primo turno favorevole. Il controllo del Comune di Sant’Antimo da parte della locale criminalità organizzata risulta proseguito anche dopo le elezioni. Infatti, a seguito della mancata affermazione elettorale, la strategia criminosa è stata finalizzata da un lato a far decadere quanto prima la maggioranza consiliare e dall’altro a mantenere il controllo sul locale ufficio tecnico. 

Indagati due carabinieri

Le indagini, inoltre, hanno fatto luce anche su due attentati dinamitardi indirizzati alle abitazioni di consiglieri comunali di maggioranza al fine di farli dimettere dalla loro carica e così far venir meno il numero legale per il funzionamento del Consiglio e determinarne lo scioglimento. Sono stati anche raccolti indizi su presunti rapporti tra due marescialli, già effettivi alla tenenza carabinieri di Sant’Antimo, e alcuni indagati. Il gip ha disposto per un militare (già sospeso dal servizio all’esito di un'altra recente indagine) la misura della custodia in carcere e per l’altro, ora in servizio fuori provincia, la misura dell’interdizione dal pubblico ufficio. Il primo risponde dei reati di rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento, mentre il secondo del reato di favoreggiamento, aggravati dall’aver agevolato le attività illecite dei clan Puca e Verde.

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Sequestrati beni per 80 milioni

Contestualmente ai provvedimenti restrittivi, è stato notificato anche un decreto di sequestro preventivo di beni mobili ed immobili per un valore stimato di 80 milioni di euro. Si tratta di 194 unità, tra abitazioni, uffici, magazzini, autorimesse, nonché di 27 terreni (tutti ubicati tra le province di Napoli, Caserta, Frosinone e Cosenza), 9 società e 3 quote societarie, 10 autoveicoli e 44 rapporti finanziari. Tra i beni immobili spicca la galleria commerciale di Sant’Antimo “Il Molino”, con oltre 90 locali adibiti ad esercizi commerciali ed uffici.

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