Martedì, 21 Settembre 2021
Cronaca

Quintali di "coca" dal Sud America, 'Ndrangheta in laguna: 9 arresti

Magazzini a Marghera e Meolo, sequestri per 410 chili di droga. Nel giro anche due ristoratori albanesi che spacciavano nel loro locale di Venezia

Sembrano scene tratte da una fiction, invece è la pura realtà. "Pura" come le decine di chili di cocaina che raggiungevano il Veneziano dal Sud America, per poi interessare in vari rivoli le province limitrofe e il Milanese. Che la 'Ndrangheta facesse affari al Nordest è stato sottolineato più volte dalle autorità competenti. Quello che non era venuto alla luce è che uno degli esponenti di spicco del clan, un "santista", con un suo pari fosse in grado di costituire la più grossa banda attiva nello spaccio di cocaina del territorio lagunare.

I "DOMINATORI" DELLO SPACCIO - Erano loro che controllavano il grosso del traffico di polvere bianca, proveniente dalla Colombia e dal Costarica. Erano loro che tramite un'azienda di import-export di frutta (una copertura naturalmente) facevano soldi a palate. Impossibile nemmeno calcolare a spanne il giro d'affari dei sodàli, visto che un chilo di coca purissima costa mille euro. Ma lo stupefacente, una volta tagliato più volte, può arrivare a rendere al dettaglio anche cento volte di più. Stando ai sequestri, si arriva a 410 chili di droga requisita. Un'enormità. Il 30% rimaneva nel Veneziano, il resto raggiungeva altre zone. Dopodiché gli introiti andavano con ogni probabilità in Calabria per essere riciclati. Un colpo pesantissimo messo a segno nei confronti del clan di Africo, nel Reggino, di cui A.V.V., 52enne domiciliato a Marcon, in territorio lagunare da una ventina d'anni, era considerato un "santista". Figura di spicco del clan dei Morabito, che avrebbero base nella frazione di Motticella, sempre ad Africo. II suo ruolo prevede addirittura la responsabilità di vita e di morte sui componenti proprio gruppo. Nel 2010 fu vittima di un agguato nella sua terra d'origine: venne raggiunto da nove proiettili alla gamba, che gli venne amputata.

ORGANIZZAZIONE QUASI "MILITARE" - Una imponente organizzazione con radici salde in laguna. Nove gli arresti eseguiti dalla guardia di finanza di Venezia al termine delle indagini coordinate dalla direzione distrettuale antimafia della locale Procura. A.V.V. ha diversi precedenti tra cui tentato omicidio, associazione di tipo mafioso, estorsione e detenzione abusiva di armi. La droga viaggiava all’interno di container insieme a carichi di frutta esotica (banane, ananas e altro), poi, una volta giunto a Venezia, veniva distribuita a gruppi di spacciatori. Del narcotraffico faceva parte anche un sodalizio di origine calabrese operativo tra le province di Milano e Monza Brianza, sempre in stretto contatto con il "regista" di Marcon. Dunque lo stupefacente viaggiava dal Sud America alla Spagna, grazie alle entrature con i cartelli principali dei narcos latini. Dopodiché, dopo una sosta tecnica in terra iberica, raggiungeva il porto di Livorno. Da lì poi il carico arrivava al porto di Venezia, dove veniva sdoganato. Era meno rischioso che farlo in Toscana, perché qui avevano radici salde. Conoscevano il territorio e potevano quindi individuare più agevolmente i magazzini (affittati alla bisogna poco prima dell'arrivo della "merce") dove scaricare il tutto.

GLI ARRESTATI - Il socio di A.V.V. era S.M., sempre del clan dei Morabito e sempre "santista". Era lui a tenere i rapporti con l'organizzazione milanese. Rapporti che tutti i sodàli tenevano con una cura quasi maniacale. Telefoni limitati al minimo indispensabile, alla maniera mafiosa. Ci si incontrava di persona, facendo anche centinaia di chilometri pur di avere un breve dialogo "operativo". Si utilizzavano pizzini e messaggi cifrati. Dunque questa è un'inchiesta condotta soprattutto alla vecchia maniera, con lunghi appostamenti. La tecnologia, naturalmente, ha comunque aiutato: tra cimici e telecamere nascoste. Tanto che una riunione importante, documentata dalla Finanza, è avvenuta in un centro commerciale. Tutt'attorno c'era una prima linea difensiva, forse armata. Poi c'era un secondo cordone "di sicurezza". In più nel parcheggio un'auto faceva delle ronde. Organizzatissimi e "uomini d'onore". Quando A.V.V. giovedì pomeriggio è finito in manette, infatti, alla maniera mafiosa non ha fatto una piega. Al pari di alti tre complici arrestati in flagranza di reato nel capannone di Meolo. Nel gruppo anche P.V., 40enne residente a Marcon, oltre che due ristoratori albanesi. Uno di loro era direttore di un'osteria in campiello Mosca, vicino a San Pantalon a Venezia. Entrambi 34enni, in un appartamento in uso a uno dei due è stato sequestrato un centinaio di grammi di cocaina. In manette a Milano è finito A.C., lo staffettista del sodalizio. Mentre a tenere i rapporti col Sud America ci pensava G.R., 54enne, con passaporto "latino". Il blitz nel capannone di Meolo intestato a un cittadino arrestato, al pari della figlia. Considerata complice del sodalizio. Negli anni come copertura (visto che i soldi in qualche modo dovevano essere "mascherati") sono stati gestiti anche due locali, uno a Marcon, l'altro a San Biagio di Callalta, nel Trevigiano.

LE INDAGINI SONO DURATE ANNI - I finanzieri sono riusciti a documentare tre importazioni di cocaina, per un totale di 410 chili: con la collaborazione dell’agenzia delle dogane e di altri reparti della guardia di finanza è stato possibile procedere a una "consegna controllata" dei carichi fino a giungere all’individuazione dei responsabili. I baschi verdi potevano accontentarsi di un primo sequestro, ma hanno deciso di aspettare. Di risalire la piramide. In questo modo è stata ricostruita l'organizzazione della banda. All'inizio era stato scelto per questo tipo di traffici un magazzino di via Fratelli Bandiera a Marghera, dopodiché si è deciso di ripiegare sulla zona di Meolo. Troppe forze dell'ordine nella città giardino. Le prime due partite, rispettivamente da 50 e 240 chili, sono state intercettate nei mesi di luglio e novembre. Poi il blitz di giovedì al magazzino di Meolo, dove quattro delinquenti (compreso A.V.) sono stati colti in flagrante mentre scaricavano da un furgone 90 casse di falsi tuberi di manioca. In reatà si trattava di involucri di plastica contenenti panetti di cocaina, per un totale di 98 chili. Nello stesso momento sono scattate oltre 20 perquisizioni tra Veneto e Lombardia, con sequestro di altri 30 chili di cocaina, un chilo di marijuana e un ingente quantitativo di denaro e preziosi. Altri 32 chili di "coca" erano stati sequestrati il 20 novembre, con l’arresto di un responsabile in provincia di Milano. In quel caso i panetti erano in involucri verdi, dello stesso colore del carico di banane "regolare".

In totale sono 9 le persone arrestate, tra cui due ristoratori di origine albanese che nel loro locale in centro storico custodivano un chilo di coca e altrettanta marijuana, pronta per essere spacciata. Si tratta di due cittadini di 34 anni, di sette mesi di differenza, che secondo gli investigatori si rifornivano di grosse quantità di droga. L’attività investigativa è stata condotta dal Gico del nucleo di polizia tributaria di Venezia, sotto la direzione della procura della Repubblica di Venezia - D.D.A.. Le investigazioni si sono avvalse anche del supporto della direzione centrale per i servizi antidroga del ministero dell’Interno e del servizio centrale investigazione criminalità organizzata.

"Desidero esprimere il mio più sentito ringraziamento al generale Reda e a tutti gli uomini della guardia di finanza di Venezia per la straordinaria operazione contro lo spaccio di sostanze stupefacenti, che ha portato all'arresto di 9 trafficanti e al rinvenimento di oltre 400 chilogrammi di cocaina - ha commentato il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro - Il successo di questa operazione è un'ulteriore conferma di come il lavoro di coordinamento tra forze dell'ordine, Procura e istituzioni stia consentendo di cambiare volto alla città.  Parte fondamentale del mio mandato è la sicurezza - conclude - Continueremo a lavorare con determinazione, in sinergia con tutte le forze dell'ordine, per raggiungere questo obiettivo e contrastare con tutti i mezzi e le risorse a disposizione la criminalità, la contraffazione, il malaffare, il degrado e l'abusivismo. Un territorio sicuro è la base per l'attrazione di investimenti che favoriscono il rilancio economico della Venezia metropolitana”.

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