Presi i "bombaroli" dei bancomat: tra i colpi "esplosioni" anche veneziane

Erano tutte padovane le persone arrestate accusate di aver preso di mira per mesi gli sportelli automatici di mezzo Veneto. Secondo il perito della Procura gli ordigni erano "micidiali"

Le sequenze del colpo a Fiesso d'artico

"Associazione per delinquere finalizzata a una serie indeterminata di furti ai danni di bancomat mediante l’impiego di ordigni esplosivi micidiali”, questo il reato più grave contestato nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere che i carabinieri del Comando provinciale di Padova hanno eseguito, dalle prime ore di questa mattina. Sgominata quindi la banda di padovani che imperversava in tutto il Veneto, anche nel Veneziano, responsabile di decine di assalti ai bancomat di diversi istituti di credito con un bottino di centinaia di migliaia di euro.

Se la “Mala del Brenta”, negli anni passati, era riuscita a devastare il territorio con le “rapine”, questo manipolo di delinquenti aveva invece studiato, nei minimi dettagli, una strategia criminale basata sul “furto” alle banche con minori rischi, secondo loro, nei confronti della giustizia. Tre i casi "lagunari" contestati all'organizzazione: uno alla Cassa di Risparmio di Venezia di Fossò a maggio 2011, con 76.370 euro di bottino, uno sempre alla Carive ma a Fiesso d'Artico (bottino 33.310 euro) e uno alla filiale Unicredit di Borbiago di Mira (andato a vuoto). Niente importava se, tra i “danni collaterali” derivanti dall’uso fuori controllo dell’esplosivo, di tanto in tanto qualche palazzo si fosse reso completamente inagibile e, solo per puro caso, non si fossero registrate vittime.

All’interno del sodalizio, ogni componente rivestiva un ruolo ben specifico: dal semplice compito di ricognizione sull’obiettivo da colpire, al “palo” o al “servizio” di staffetta per eludere i controlli su strada delle Forze dell’Ordine, al delicato incarico di “pilota” esperto nella guida veloce per seminare eventuali inseguitori e, soprattutto, quello di specialista nell’impiego di ordigni esplosivi sempre più potenti e sofisticati. Nel configurare il reato associativo, il gip del Tribunale di Padova ha ritenuto determinante anche il fatto che i criminali si fossero creati una vera e propria “base logistica” segreta (ove riunirsi ma soprattutto custodire tutto il necessario per i loro attacchi), che utilizzassero sempre gli stessi strumenti e gli stessi mezzi, tanto da far emergere gli elementi sintomatici della “stabilità e permanenza del vincolo associativo”, funzionale alla commissione di una serie indeterminata di delitti.

Per l’esplosione del bancomat, all’inizio la banda aveva sperimentato la tecnica dell’intasamento con una miscela di gas (acetilene) innescata dalla scintilla di due cavi collegati a una batteria, ma il metodo si era presto rivelato dispendioso e le bombole del gas difficili da trasportare. Lo “specialista” era passato quindi all’impiego della polvere pirica con cui realizzava degli ordigni esplosivi - dotati di accenditore, innesco elettrico e carica di scoppio - chiamati in gergo “marmotte”, molto maneggevoli e facili da trasportare. Da ultimo, per potenziarne la deflagrazione, era stata aggiunta anche la polvere di alluminio.

Sulla base di quanto rinvenuto dai carabinieri, il consulente tecnico nominato dalla Procura ha concluso che, la quantità di esplosivo e le modalità di confezionamento combinate con le proprietà incendiarie dell’alluminio, fanno di questi dispositivi degli ordigni esplosivi “micidiali”. La caratteristica della “micidialità”, secondo il dettato della Cassazione, aggrava notevolmente la posizione di tutti i sodali trattandosi di materiale riconducibile all’intera associazione per delinquere di cui gli stessi facevano parte.

 

L'ESPLOSIONE ALLA CARIVE DI FOSSO'

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