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Il patriarca contro la "cittadella della povertà": "Rischio ghetto, come è successo in Francia"

Monsignor Moraglia chiede un'intesa all'interno della grande distribuzione per le aperture domenicali e chiede che l'Italia non sia lasciata sola a fronteggiare l'immigrazione

Ha spaziato su diversi temi d'attualità il patriarca Francesco Moraglia. Dalle aperture di alcuni centri commerciali durante i giorni festivi alla polemica sulla "cittadella della povertà" prefigurata dal sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro. Mercoledì Moraglia ha tradizionalmente incontrato la stampa per gli auguri di Natale, ed è stata l'occasione di puntualizzare diverse questioni. In primis l'ipotesi di spostare le mense sociali fuori dal centro mestrino. Lo ha affermato Brugnaro, trovando l'opposizione del patriarca. Il rischio è di replicare le banlieu parigine, ghettizzando chi è in difficoltà. "Non sottovalutiamo le situazioni di disagio, ma cerchiamo di correggere certe discrasie - ha commentato monsignor Moraglia - Non sono persone facili, ma il metodo per non essere battitori liberi è quello di essere capaci di concertare le prospettive. Capisco i disagi di certi quartieri e credo che ci sia bisogno di disponibilità a organizzare meglio, a volte molto meglio, il tipo di offerta che viene dato - ha rilevato -. C'è un giro di persone che cambia, ma c'è anche una popolazione stabile di clochard che non possiamo far sparire. Questo spazio è destinato a diventare luogo di differenza, perché emargina chi ha bisogno di un diverso contesto sociale". Il rischio, ha concluso Moraglia, è di ripetere l'esperienza francese con gli immigrati. "Se è vero che ci sono extracomunitari, i dati di certe mense mostrano un equilibrio tra italiani e persone che arrivano da fuori confine - ha detto -. Se c'è attenzione a chi viene da fuori, sempre più problematico diventa spiegare la situazione alle persone che vivono questi disagi. Mi sembra analogo al concentrare tutto in uno spazio, così come concentrare masse di persone rifugiate in caserme o hotel. Credo che la risposta che dà una città sia legata fortemente ai valori sociali che caratterizzano questa comunità". 

Per la città lagunare, quindi, l'augurio è che "recuperi la sua dimensione umana. Il lavoro è importante, ma non lo è solo la produttività. C'è anche la crescita della persona". Nel mirino del patriarca sono finite le aperture durante i giorni festivi di alcuni centri commerciali: "Il lavoro deve tenere conto della persona e della diversa realtà di uomo e donna, che hanno uguali diritti e doveri, ma una diversa specificità sui luoghi di lavoro. E deve riconoscere che ci sono cose che vanno al di là del momento lavorativo, appartengono alle persone e alle famiglie: non consentire spazi di individualità consegna alla città un profilo psicologico che ha altri riferimenti. Credo - ha sottolineato - che sia necessaria un'intesa tra la grande distribuzione, senza star a vedere le scelte degli altri. Dovrebbe essere questo il messaggio".

"Su certi temi fondamentali per Venezia, come il turismo - ha continuato Moraglia - ci vuole un minimo comune denominatore per perseguire e valorizzare la sua vocazione". Il patriarca ha sottolineato che "quando divenne patriarca Roncalli, nel 1952, Venezia aveva 180mila abitanti, adesso meno di 55mila. Tutto questo cosa comporta, ad esempio per la situazione abitativa della nostra città? Anche la pastorale nelle parrocchie, che sono 35, risente dei pochi bambini e richiede un ragionamento a 360 gradi. Continuando a non decidere la situazione della città si complicherà in modo esponenziale". D'attualità anche la situazine delle banche: "Il ristoro dei risparmiatori non può essere una presa in giro: concordo con chi vuole sapere cosa è successo e perché è successo nelle nostre banche", ha affermato Moraglia, che sul fenomeno dell'immigrazione ha dichiarato che è "ingiusto che l'Italia sia lasciata da sola e bisogna riflettere sul perché non riesca ad ottenere cose di buon senso, come il riconoscimento di essere il confine sud dell'Europa". "C'è un grosso problema politico che, se non risolto, può diventare un discorso molto in salita anche per la cultura dell'accoglienza e del volontariato. Anche la Germania, locomotiva d'Europa a tutti i livelli, deve riflettere se un'Europa del genere debba continuare a chiedere sacrifici agli Stati membri. Noi vescovi - ha concluso - diciamo che le persone vanno accolte e integrate, ma, allo stesso tempo, il problema ci trova con le mani nude ed è più grande di noi. Se non si adotta una politica diversa, l'Europa continuerà a segnare una separazione sempre più grande con i popoli".


 

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