Il ladruncolo 12enne di Spinea che rubava per andare a scuola

La storia di Jamil è stata raccontata dalla scrittrice Margaret Mazzantini nel nuovo calendario dell'Arma dei Carabinieri presentato ieri mattina

La vicenda è accaduta a Spinea nel 2015. Un ragazzino di 12 anni, Jamil, aveva rubato matite, penne e quaderni per andare a scuola. I suoi genitori, rimasti senza lavoro, non potevano infatti provvedere all'acquisto di quel materiale scolastico indispensabile per studiare. A raccontare la storia è la celebre scrittrice Margaret Mazzantini, nella pagina dedicata al mese di aprile del nuovo calendario dell'Arma 2020, presentato ieri mattina al Palazzo dei Congressi dell'EUR a Roma. Riportiamo l'estratto dell'autrice.

Raramente si parla di Spinea. In linea d’aria la Serenissima Venezia è a meno di quattro chilometri, con il suo carico di turisti golosi di bellezza, da contemplare come in un salotto a cielo aperto, nel mare docile dei canali, dei gondolieri canori, delle mostre d’Arte, dei Palazzi Storici. Spinea invece è un’altra storia, un altro mondo, solo turismo povero, disgraziati scappati dalle loro terre. Il tessuto sociale è quello allentato delle periferie, certe strade sono cantieri di malaffare e noi carabinieri siamo sempre allertati.

Quel pomeriggio pioveva, l’acqua risaliva dai canali di scolo, arrivò la chiamata di un addetto alla sicurezza di un supermercato, avevano fermato un extracomunitario intento a rubare. Ero insieme a un mio collega, anche lui padre di famiglia, e come uomini e come padri restammo muti, prigionieri di un dolore sconveniente per il nostro ruolo, quando ci trovammo davanti il malvivente: un bambino di dodici anni, che tremava e chiedeva perdono. Un’occhiata alla refurtiva sottratta, una manciata di penne e matite colorate, qualche quaderno.

Facemmo il nostro dovere, interrogammo il malvivente. Quelle cose gli servivano per studiare, disse, la maestra aveva fatto l’elenco del materiale scolastico obbligatorio, ma i suoi genitori, rimasti entrambi senza lavoro, non potevano provvedere. Mi toccai il petto sotto la divisa, davvero il cuore mi doleva. Provai vergogna, come un uomo che si trova nudo suo malgrado. Sentivo bruciare dentro di me la paura del bambino, avrei voluto stringerlo contro la stoffa della mia uniforme per proteggerlo dal neon di quel supermercato.

Il sabato prima ero andato con i miei figli a comprare astucci e quaderni. Anche il mio collega taceva, anche lui guardava il bambino come un insetto che qualcuno da lì a poco avrebbe acciaccato. Senza nemmeno dircelo cercammo il portafogli sotto la divisa e pagammo quel materiale scolastico. Rimanemmo ancora un po’ con lui, ci inginocchiammo sulla strada che odorava di marina sporca. Non devi rubare mai più, se in futuro hai bisogno di libri o di altri quaderni, chiamaci e noi interveniamo, a sirene spiegate! Riuscimmo a strappare un sorriso al suo piccolo volto pesto di vergogna.

Almeno una volta al mese passiamo a trovarlo. Ciao Jamil, come va? Quest’anno ha passato l’esame di terza media con il massimo dei voti. Da grande voglio fare il carabiniere, ci ha detto. Il mio collega ha fatto una battuta, sei troppo intelligente per fare il carabiniere, ma Jamil non ha senso dell’umorismo. Voglio aiutare gli altri, ha insistito, minacciandoci con i suoi occhi scuri.

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