A Cona arriva la commissione parlamentare: "Non una semplice visita, ma un'indagine"

Il 19 e 20 gennaio sopralluogo per la verifica del sistema di accoglienza dei migranti. Intanto il prefetto Morcone anticipa che sarà necessario distribuire i migranti in altri comuni

"Non una semplice visita conoscitiva, visto che il caso di Cona è già stato approfondito con dati e numeri, ma una visita istituzionale di un organo parlamentare con funzioni di indagine e di esame su materie di pubblico interesse". Così l'onorevole Sara Moretto presenta il sopralluogo della commissione d'inchiesta sul sistema di accoglieza dei migranti che avverrà all'ex base di Cona tra il 19 e il 20 gennaio. La missione, promossa da Moretto in qualità di unica componente veneta della commissione, era già stata inserita nel programma di un percorso di approfondimento in corso da mesi sul centro di Cona. Il decesso della giovane ivoriana e i disordini che ne sono seguiti hanno inevitabilmente accelerato l'iter: subito dopo i fatti è stata inviata una lettera al presidente della commissione, Federico Gelli, sollecitando il sopralluogo nella struttura.

I fatti di Cona restano al centro del dibattito anche perché è urgente, secondo il capo dipartimento del settore Immigrazione del ministero dell'Interno, Mario Morcone, alleggerire il centro di accoglienza svuotandolo di buona parte degli ospiti. E questo avrà delle conseguenze anche sul resto del territorio regionale. "Incontreremo ancora i sindaci e spiegheremo loro le ragioni per cui è bene che collaborino con noi. Di fronte ai loro 'no' non potremo che andare avanti": così è stato detto dopo la riunione tenutasi martedì pomeriggio a Ca' Corner tra i prefetti veneti, rappresentanti della Regione, dell'Anci e il super prefetto. Quest'ultimo si è detto "soddisfatto del clima" che si è respirato durante il faccia a faccia, cui lui ha partecipato in videoconferenza.

Ma l'atmosfera è una cosa, le dichiarazioni della politica subito dopo un'altra. Perché il nuovo piano del governo, concordato con l'Anci nazionale, che prevede la ridistribuzione di 14.560 migranti in Veneto e con una quota minima di 6 assegnati per i Comuni sotto i 2mila abitanti, è stato rigettato dalla Regione. Soprattutto per i vincoli di obbligatorietà che introdurrebbe. Insomma, il governo punta ancora sui sindaci. In caso di "niet", però, è pronto a far da sé attraverso i prefetti. Obiettivo disinnescare quelle specie di bombe a orologeria che sono diventati i campi di prima accoglienza come Conetta. Un imperativo disinnescarle. Per questo, di fronte al rifiuto di ospitalità diffusa di alcuni primi cittadini, stavolta si potrebbe andare avanti comunque: "Saranno organizzati a breve degli incontri con loro - ha spiegato Morcone - Cerchiamo il dialogo".

Il dialogo si è subito chiuso dalle parti di palazzo Balbi: “Mi chiedo cosa farà il Viminale con le amministrazioni che hanno detto no all’accoglienza diffusa o che non riusciranno a farsi carico della quota obbligatoria assegnata - ha dichiarato l'assessore regionale al Sociale, Manuela Lanzarin, lasciando il giudizio politico al confronto tra i governatori delle Regioni e il ministro Minniti, in programma il 19 gennaio a Roma - Al prefetto Morcone, ai prefetti veneti e ai sindaci dell’Anci ho ribadito che il Veneto ha già dato, e sta continuando a dare, in termini di accoglienza. Con 517mila immigrati residenti e integrati, pari al 10,4 per cento della popolazione, e quasi 30mila migranti arrivati a seguito di sbarchi ed esodi, il Veneto è la terza regione d’Italia per numero di presenze straniere, alle spalle di Lombardia e Sicilia. I dati del Ministero e delle Prefetture smentiscono i luoghi comuni: qui in Veneto non facciamo barricate, siamo una regione accogliente. Ma pretendiamo di sapere chi accogliamo e con quale progetto di vita. Non intendiamo avallare in alcun modo l’attuale gestione caotica, improvvisata e fallimentare dell’emergenza profughi, né nuove misure impositive. La riproposizione della distribuzione coercitiva e capillare dei migranti in base a un parametro numerico, senza garanzie, senza aver rivisto la nostra legislazione in materia di asilo e immigrazione, senza un piano europeo di ricollocamento e in assenza di accordi bilaterali per il rimpatrio di chi non ha diritto allo ‘status’ di rifugiato, rappresenta una ulteriore ‘bomba’ per il tessuto sociale e la sicurezza del paese. Su 30mila nuovi arrivati in Veneto negli ultimi tre anni solo 1 su 3 ha i requisiti per essere accolto come profugo. Il Veneto è disponibile ad aiutare chi ha effettivamente diritto alla protezione internazionale, ma non può e non vuole mettere in crisi il proprio sistema di welfare per dare ospitalità a chi non ne ha diritto. Non ci servono i ‘pannicelli caldi’ o le soluzioni ‘tampone’ - ha concluso - dobbiamo mettere un argine alle partenze dalle coste africane, con centri di identificazione in loco, accordi con i paesi della sponda sud del Mediterraneo e corridoi umanitari per i veri rifugiati”.

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