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Presunti terroristi kosovari, arrivano le condanne: 5 anni alla "mente", 4 ai compari

Condanne differenziate quelle formulate dal giudice a carico dei tre accusati di progettare un attentato a Rialto. I tre imputati avevano richiesto il processo con rito abbreviato

La richiesta era stata uguale per tutti gli imputati, le condanne, invece, si sono rivelate differenziate. Il giudice per le udienze preliminari, Massimo Vicinanza, lunedì pomeriggio ha condannato con rito abbreviato per associazione con finalità di terrorismo internazionale a 5 anni di reclusione (con interdizione perpetua dai pubblici uffici) Arjan Babaj, considerato l'ideologo del gruppo di cittadini kosovari arrestato a marzo 2017 con l'accusa di ordire un attentato a Rialto.

Le differenti condanne

Gli inquirenti hanno sempre considerato il 28enne il possibile punto di riferimento del quartetto (nei mesi scorsi è stato condannato in primo grado a 4 anni e 8 mesi con rito abbreviato anche l'unico minorenne tra gli arrestati). Il gip ha considerato gli altri due imputati, Fisnik Bekaj, 25 anni, e Dake Haziraj, 26 anni, su una posizione diversa: per entrambi la pena si è rivelata inferiore, 4 anni. Il giudice ha disposto che dopo la carcerazione tutti e 3 vengano espulsi dal territorio nazionale.

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Imputati in aula bunker

Gli imputati erano presenti in aula bunker al momento della lettura del dispositivo. Nel mirino degli investigatori, al tempo, soprattutto una intercettazione in cui il minorenne del gruppo di kosovari avrebbe affermato: "Con Venezia guadagni subito il Paradiso per quanti monafik (ipocriti) ci sono qua. Ad avere una bomba... a Rialto". Poi scattò il blitz, che durò in tutto 12 secondi. Le forze speciali di polizia e carabinieri (Nocs e Gis) entrarono nell'appartamento in cui si trovava la presunta cellula jihadista. Nel corso del processo i tre kosovari, con memorie e testimonianza diretta, hanno sempre sostenuto la loro innocenza dicendo che erano stati fraintesi e che le traduzioni delle intercettazioni non corrispondevano alla realtà, tentando di presentarne di più accurate. La ricerca di un kalashnikov, tra l'altro, era stata giustificata dicendo che "ci sarebbe servito per andare a caccia".

Gli avvocati Alessandro Compagno e Patrizia Lionetti

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"Premiata la bontà delle indagini"

"Sono state accolte tutte le richieste della Procura, a conferma che è stata una lunga indagine approfondita e meticolosa svolta in ogni possibile direzione e condotta con grande professionalità da carabinieri e polizia", ha commentato il procuratore che al tempo degli arresti dei kosovari era a capo della Procura di Venezia, Adelchi D'Ippolito. Di opinione diversa gli avvocati difensori degli imputati. A Mestre erano presenti i legali Stefano Pietrobon, Alessandro Compagno e Patrizia Lionetti, che rappresentavano 2 dei 3 condannati: "La pena è più bassa di ciò che ha richiesto l'accusa - ha dichiarato Pietrobon - La legge richiede che si abbia la percezione di un'azione che basta poco affinché si concretizzi, al limite in questo caso si può parlare di apologia di reato, visto che gli imputati esaltavano le imprese dell'Isis. Ma fare ciò non equivale a preparsi a compiere altrettanto".

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