Quanto dobbiamo preoccuparci per il coronavirus?

Dati e stime: man mano che l'epidemia si diffonde, cerchiamo di superare la fase della "conta" e comprendere meglio i rischi del contagio

Nel momento in cui i casi di positività al nuovo coronavirus stanno aumentando nel Veneto e a Venezia (seppur lentamente), è bene riepilogare qualche informazione sulla diffusione e la pericolosità del virus Covid-19. Partiamo dalle faq del sito del ministero della Salute, da cui emergono alcuni punti particolarmente significativi: tra questi, la risposta alla domanda "quanto è pericoloso il nuovo virus". Come altre malattie respiratorie, si legge, il Covid-19 può causare sintomi lievi come raffreddore, mal di gola, tosse e febbre; oppure sintomi più severi quali polmonite e difficoltà respiratorie. Raramente può essere fatale: i dati fin qui raccolti indicano un tasso di mortalità di circa il 2% tra le persone contagiate.

Generalmente i sintomi sono lievi ed a inizio lento, mentre alcune persone (per ora è impossibile stimarne la quantità) si infettano ma non sviluppano sintomi né malessere. La maggior parte delle persone (circa l'80%) guarisce dalla malattia senza bisogno di cure speciali. Un 10-15%, invece, si ammala gravemente e sviluppa difficoltà respiratorie. Il Covid-19 colpisce in forma grave soprattutto persone anziane, e ha effetti letali quasi esclusivamente per soggetti con salute già compromessa per altre patologie (tumori, diabete, disturbi cardiovascolari, obesità). Si tratta sempre di stime e dati provvisori, perché all’inizio di un’epidemia è complicato determinare il numero certo delle persone che si sono ammalate: in altre parole, non sappiamo quanti hanno contratto il virus senza mostrare sintomi o non preoccupandosi di andare dal medico. Il che significa che la percentuale di casi gravi sul totale dei positivi potrebbe essere molto più bassa.

Anche per questo Walter Ricciardi, dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ha lanciato un appello a «ridimensionare l'emergenza» durante la conferenza stampa di ieri alla Protezione civile a Roma. Ricciardi ha detto: «Su 100 persone malate, 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi seri ma gestibili in ambiente sanitario, il 5% è gravissimo, di cui il 3% muore». E ha ribadito che «tutte le persone decedute avevano già delle condizioni gravi di salute». Per questo motivo, in definitiva, «dobbiamo ridimensionare questo grande allarme, che è giusto, da non sottovalutare, ma la malattia va posta nei giusti termini». Nel frattempo, il 26 febbraio è stato comunicato che la turista cinese ricoverata allo Spallanzani di Roma è in via di guarigione, è non è l'unica buona notizia. Un altro suggerimento, ancora, arriva da Ilaria Capua, virologa e dirigente del One Health Center of Excellence della University of Florida: «Bisogna chiamarla sindrome similinfluenzale da coronavirus, è l'unico modo per liberarci dal panico», ha detto a Il Bo Live, aggiungendo che comunque il virus «prima dell’estate non se ne andrà e continuerà a circolare perché non ci sono anticorpi che blocchino la sua cavalcata».

Ciò non toglie che il coronavirus sia una cosa seria e che le contromisure vanno prese, come sta effettivamente succedendo. Le autorità hanno il compito di mettere in pratica le indicazioni dell'OMS e contenere il più possibile la diffusione del virus, e questo per varie ragioni: per evitare che vada fuori controllo e si trasformi in una pandemia; perché è una nuova malattia alla quale siamo tutti potenzialmente esposti e privi di anticorpi; perché per ora, al contrario dell'influenza già conosciuta, non esiste un vaccino efficace (ma c'è chi ci sta lavorando); perché è necessario agire in prospettiva: la pericolosità potenziale del virus va considerata non in base al numero relativamente basso di vittime che registriamo oggi, ma in base al numero potenziale di vittime che si avrebbero se l'epidemia sfuggisse al controllo e si trasformasse, appunto, in pandemia. «La finestra di opportunità di contenere il virus c'è, ma si sta restringendo», ha detto il direttore dell'OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus. «Dobbiamo agire il più rapidamente possibile prima che si chiuda». Isolare i soggetti contagiati, applicare le misure di contenimento, sostenere la ricerca di farmaci e vaccini e contrastare panico e fake news sono le azioni da attuare per tenere aperta questa finestra.

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C'è poi un rapporto, presentato il 24 febbraio dall’OMS, redatto da un team OMS-Cina dopo la visita in diverse province cinesi, tra cui Wuhan, epicentro del contagio. L’Organizzazione si è detta innanzitutto incoraggiata del «continuo calo dei casi in Cina». Oltre a riepilogare le cifre dei contagi, delle forme gravi e dei decessi, il rapporto dice anche che per le persone con una forma lieve di malattia il tempo di recupero è di circa due settimane, mentre per quelle con una forma più grave la guarigione è di 3-6 settimane. Alessandro Vespignani, fisico esperto di sistemi complessi e direttore del Network Science Institute della Northeastern University di Boston, ha detto all'Ansa che l'aumento progressivo dei cas rilevati in Italia non indica necessariamente che l'epidemia si sta espandendo: «I casi adesso vengono scoperti, ma erano già quasi tutti lì e i numeri saliranno ancora per un po', ma l'epidemia non si sta espandendo».

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