«Si sentono allarmi, vedo le facce dei colleghi stremati, stanchi, che cercano in noi una salvezza»

La testimonianza di DC, infermiere in terapia intensiva. «La vestizione, cuffia facciale, maschera ffp2 o ffp3, camice, soprascarpe, primi guanti che sormontano il camice, visiera e occhiali protettivi, proteggi-collo, e secondo paia di guanti in nitrile. Un astronauta, ti senti impacciato, e già dopo 15 minuti senti il tuo corpo rispondere a tutto questo, riscaldandosi»

La testimonianza toccante di DC, infermiere di terapia intensiva. La riportiamo per intero.

«Si parla ovunque di malati, di rianimazioni, di professionisti sanitari. Nei social si sente la parola "eroi", ma per noi è lavoro, è la nostra scelta di vita, lo abbiamo deciso noi, come il panettiere lo è nel fare il pane, come il calzolaio nel riparare le scarpe, noi abbiamo deciso la nostra vita come voi avete deciso la vostra, per me sono tutti eroi».

Quando suona la sveglia, la prima sveglia, sono le 5.30, sì, perché fatico a svegliarmi, così ne metto una seconda dopo solo 10 minuti, ed è così che alle 5.40 inizia la giornata che mi strappa dai sogni in cui tutto è normale, in cui tutto è tranquillo. Mi giro e guardo la Betty, ancora avvolta nel sonno profondo o appena scossa dalla sveglia che l’ha disturbata. 

Solitamente come uno zombie mi fiondo in doccia, credo ormai sia un gesto talmente abituale, da essere qualcosa di involotario, come un muscolo cardiaco, lo faccio in stato di incoscienza in modo innaturale, solo quando poi l’acqua mi avvolge inizio a realizzare. Esco, mi bevo il solito caffè, do da mangiare al gatto, prendo le chiavi ed esco. Ho 10 chilometri per recarmi a lavoro, a volte li faccio quasi tutti in tangenziale, altre volte mi inoltro per stradine secondarie, allungando il tragitto. Ultimamente faccio sempre queste. Apro il finestrino e lascio che l’aria fresca della mattina entri. Mi piace sentire il freddo che attanaglia il viso, quel lieve fresco pungente mi dà idea di purezza, anche se tanto pura non è. Non incrocio quasi nessuno per strada, fino a quando non mi immetto nella strada principale. 

Lì sì che inizio ad incrociare qualche auto, e da qualche settimana incrocio sempre le stesse, a volte scorgo chi guida, li riconosco, sono colleghi, magari non dello stesso reparto, ma colleghi. I nostri sguardi molte volte si incrociano, molte volte un semplice gesto, altre un lieve sorriso, basta questo per capirci. Si parcheggia e il rumore del badge decreta l’inizio di una sequenza  che da qualche settimana si ripete. Spogliatoio, divisa viola senza nome con la sola scritta "ospedale", le nostre divise personali al momento sono "trattenute", usiamo divise diverse, siamo impuri, infetti.

Si incrociano altri colleghi, un breve saluto, ma vedo nei loro occhi una tremenda preoccupazione, ansia e sopratutto stanchezza. Prima di entrare mi concedo un secondo vizio caffè, e lo bevo fuori in quell’aria frizzante che tanto mi piace sentire. Poi arriva il momento, apri quella porta con scritto Rianimazione, in piccolo sotto c'è scritto "generale/neurochirurgia" ma sai bene che ormai è per tutti “Covid-19”. Non faccio in tempo ad aprire la porta che si sentono allarmi, vedo le facce dei colleghi stremati, stanchi, che cercano in noi una salvezza, un dolce ristoro, una sorta di squadra di soccorso dopo la battaglia. Ho paura ad usare la frase "com’è andata" la risposta è scontata, ma mi esce ugualmente, e con occhi stanchi mi si risponde sempre "come al solito", sembra strano sentirsi dire che una guerra sia come al solito, ma il punto è questo, la normalità è proprio la cosa tragica della cosa. 

Passo oltre per raggiungere il mio blocco, alla mia destra esce una luce soffusa da una stanza, un letto, una sagoma, un lenzuolo che copre per intero una sagoma. Ma lì il monitor è spento, tutt’attorno si continuano a sentire bippare allarmi ma lì no, in quella stanza, solo silenzio, mi giro verso i colleghi che ho appena lasciato, alzano lo sguardo, non una parola, non un cenno, solo occhi scavati. È così che a volte si inizia, è così che in questo periodo si finisce, avvolti da un lato tra suoni persistenti ed assordanti e nel contempo invasi da tremendi silenzi, che trafiggono come lame. Passo il corridoio entro nel mio blocco, altri colleghi, stesse facce, stessi sguardi si ripetono. Si inizia con le consegne, ormai sono pressoché uguali, non esiste più la particolarità del caso, ma è tutto standard: "Paziente covid-19, già confermato positivo, cardiopatico, diabetico, in distress respiratorio grave, viene intubato in reparto e giunge a noi, scambi in peggioramento.

Mi accorgo che davanti a me ho solo pazienti, o pronati o in Ecmo, un buon 70% perlomeno; in una settimana abbiamo i pazienti che normalmente si hanno in un anno in queste condizioni. I colleghi ci salutano e da li si parte, con un turno che inizia con una sequenza che i primi giorni faceva terrore, ora è come un rito di inizio, che sarà anche lo stesso rito di fine. La vestizione, cuffia facciale, maschera ffp2 o ffp3, camice, soprascarpe, primi guanti che sormontano il camice, visiera e occhiali protettivi, proteggicollo, e secondo paia di guanti in nitrile. Un astronauta, ti senti impacciato, e già dopo 15 minuti senti il tuo corpo rispondere a tutto questo, riscaldandosi.

Inizi a sentire le gocce uscire dalla pelle, vorresti asciugarti, perlomeno quelle che scivolano dalla fronte o quelle che ti entrano negli occhi facendoli bruciare, ma non puoi toccarti, non puoi asciugarti, ed intorno a te, una sequenza tra flebo, parametri, terapie, allarmi, impostazioni si susseguono ad un ritmo frenetico; poi suona il paziente del box esterno, devi svestirti di tutto, e ripetere tutto per entrare sul box al tuo fianco, sistemato quello, senti che la pompa a fianco suona, cazzo è proprio quella del sedativo, e corri a più non posso nello svestirti e rivestirti, e così per ore ore ed ore, senza freno, e sempre se la situazione non si aggrava, sempre se la giornata è normale, ma non lo è mai. C'è sempre qualcosa, dopotutto siamo in un reparto nato per essere d’urgenza, per essere considerato d'attacco. Ed è cosi che si ripete il turno, fatto da una serie di azioni standard, da azioni che erano terrificanti inizialmente ma che ora stanno diventando atrocemente normali. E la cosa fa paura, fa follemente paura.

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In questa rincorsa gli allarmi suonano, i colleghi chiamano, c'è chi urla "ho bisogno di aiuto", si sente a volte qualcuno che urla al telefono, chi parla con altri, chi ti guarda fuori da quella stanza, chi ti ordina, chi ti chiede, in questo turbine infinito si avvicina la fine del turno, quando un monitor suona e segnala una linea piatta, ed è in quel momento che realizzi che il ciclo si ripete, come è iniziato sta per finire, ed in quel momento arrivano i colleghi per darti il cambio turno che ti scrutano, e ti domandano come è andata, e rispondi semplicemente "come al solito"».

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