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Il Don: "Con Cecchinato c'era stima. Non va giudicato, solo Dio può"

Trevisiol ricorda con affetto il 95enne morto suicida dopo aver ucciso la moglie. "Tanta sofferenza alle spalle". Niente autopsia, forse funerali civili

"Un uomo sempre alla ricerca, mai approdato". È una personalità irrequieta quella tracciata da don Armando Trevisiol di Ernesto Cecchinato, morto a 95 anni in seguito all'omicidio-suicidio in cui è stata coivolta anche la moglie 90enne. Martedì l'anziano ha estratto la pistola nella hall dell'ospedale dell'Angelo di Mestre e ha esploso due colpi verso di lei, Loredana Pedrocco, uccidendola. Poi ha rivolto l'arma verso di sé e ha sparato di nuovo. Le salme dei due non dovrebbero essere sottoposte ad autopsia, ma la data dei funerali ancora non è stata resa nota. Possibile, comunque, che saranno celebrati in forma non religiosa. Sullo sfondo una vicenda di sofferenza, la convinzione dei due di essere di peso alla figlia e di vedere ormai la fine del loro viaggio terreno. Ma la loro angoscia nasce probabilmente molto prima.

"Non era una persona di fede", racconta Trevisiol. Quasi un paradosso, visto che Cecchinato ha contribuito con una grossa donazione alla realizzazione di una parte del centro Don Vecchi di Carpenedo, dove opera il sacerdote. "Ma la fede è una questione difficile - spiega - è questione di come si concepisce la vita, di costume, di rapporti umani. Ci sono uomini che Dio possiede, ma la Chiesa no. A lui inviavo sempre il nostro settimanale, 'L'incontro'. Gli avevo appena recapitato l'ultima copia, quando ho saputo della tragedia". Tra don Armando e Cecchinato c'era un rapporto di stima reciproca e confidenza, anche se saltuario. Si sentivano al telefono e l'ingegnere ci teneva ad avere notizie su come procedeva la vita al Don Vecchi, che era anche una "sua" creatura: fu lui a edificare gran parte di viale Don Sturzo, "impegnandosi fino allo spasmo", specifica Trevisiol. E fu sempre lui che due anni fa donò 100mila euro in beneficenza al centro.

La vita per lui si è rivelata più complicata del previsto: "Tali e tante furono le complicazioni e gli ostacoli, che questo ingegnere finì per prendersi un grave esaurimento nervoso da cui venne fuori dedicandosi alla pittura", ricorda il religioso. Realizzando ben 150 tele, anche queste regalate al Don Vecchi. "Era un uomo intelligente, vero, nel senso autentico. Sempre alla ricerca". Attanagliato da dubbi che forse non l'hanno mai abbandonato. "Quando si decide di arrivare a questi gesti succede qualcosa di irreversibile - ammette il sacerdote - Qualcosa per cui non si vede altra soluzione".

"Quando ho saputo della notizia ho provato un grande dispiacere - continua - Gli volevo bene, nonostante non ci vedessimo di persona. Ormai Cecchinato e la moglie vivevano da anni ad Abano, si trovavano bene là. Ma nella loro storia c'è malinconia, sofferenza, desolazione. Nessuno può giudicare il loro gesto, solo Dio potrà". C'è un legame tra i due, evidentemente, che va al di là dell'esperienza e delle parole. Sicuramente una sorta di empatia. Ma al don resta un rimpianto: "Avrei voluto tenere più vivo il nostro rapporto, mi dispiace anche per questo".

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