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Mercoledì, 19 Gennaio 2022
Cronaca San Donà di Piave

Rapine e sangue a San Donà: il "pugno di ferro" della banda dell'ex imam

In manette quattro cittadini siriani del Sandonatese, tra cui Ahmad Chaddad, ex guida spirituale della moschea locale. Favorivano l'immigrazione clandestina attraverso assunzioni fasulle

Vittime due volte. Come spesso accade. Gli uomini della Digos di Venezia hanno scoperchiato un "calderone siriano", in cui uomini, soprattutto giovani, cercando un futuro migliore si sono appoggiati a un'organizzazione che prometteva loro una vita "regolare" in Italia. Un lavoro, un posto dove dormire nell'operoso Nordest. La realtà, però, era molto diversa. Le indagini, infatti, durate anni, stanotte hanno portato all'arresto di quattro persone di nazionalità siriana, tra cui l'ex imam di San Donà di Piave Ahmad Chaddad, capo della moschea locale fino al 2009. Tutti con radici da anni nel Veneto Orientale. Gli accertamenti sono partiti dal leader religioso, sulla base delle segnalazioni di alcuni (coraggiosi) immigrati suoi connazionali che hanno subito aggressioni e vessazioni da parte della "banda".

Il religioso, sono elementi considerati certi dagli inquirenti, ha avuto stretti contatti con l'ex imam della moschea milanese di viale Yenner, Abu Imae, poi arrestato con l'accusa di favorire il terrorismo e tuttora in carcere, e con il "collega" di Como Ben Hassine Mohamed Snoussi, espulso dall'Italia per la sua presunta attività di proselitismo illegale.

 

Estremismo salafita. Jihad. Termini diventati presto familiari per gli agenti della Digos. Le indagini hanno avuto inizio nel 2008 con lo scopo di accertare se gli otto cittadini siriani indagati (cui si aggiunge anche un italiano del Sandonatese) avessero o meno collegamenti con gruppi terroristici internazionali. "Follow the money", amavano affermare i giudici Falcone e Borsellino. Ed è stata proprio la pista dei soldi a scoperchiare un'organizzazione che negli anni ha fatto entrare in Italia, sotto pagamento di una "tariffa" di 5 o 6mila euro, centinaia di immigrati. Una marea di soldi (un milione e mezzo di euro negli ultimi cinque anni, ma si sospetta possano essere di più) che poi finiva in conti correnti aperti in banche siriane, libanesi o saudite. Se poi servissero per foraggiare gruppi armati non è dato sapere. Di certo, però, ora si sa come questi soldi venivano raccolti.

In primis con la promessa (falsa) di un lavoro. Poi con la violenza. Gli immigrati arrivavano in Italia con le "carte in regola": tutte le persone indagate (a parte l'imam, che risulta invece un dipendente della ditta del fratello), infatti, sono titolari di aziende individuali del settore edile. Semplice preparare quindi dei moduli fasulli dichiarando di assumere un lavoratore. Magari solo per una stagione. Tutto ciò dietro al pagamento di un corrispettivo. In questo modo si "entrava nel giro". In cambio di migliaia di euro si aveva un lavoro, un posto dove dormire e si arrivava alla regolarizzazione. Fasulla, però. Come molti dei documenti sequestrati dagli inquirenti, tra cui a maggio 2011 31 fototessere relative a 15 soggetti diversi, rivetti, una rivettatrice e timbri contraffatti dei comuni di San Donà di Piave e di Musile di Piave.

E se non si avevano i soldi ecco scattare minacce, rapine e pestaggi. Come nel caso di A.Y., o S.S., tutti loro connazionali che hanno avuto il coraggio di andare a raccontare tutto alla polizia. Hussain Kalhouf, uno degli arrestati, arriva a picchiare a sangue O.A. per costringerlo a rispettare le regole, mentre tutti e quattro i finiti in manette si sarebbero resi protagonisti in prima persona di un'estorsione ai danni di due connazionali.

Oltre agli arresti, stanotte sono state eseguite anche nove perquisizioni domiciliari, da cui sarebbero emersi elementi importanti per le indagini. Anche per alcune delle cinque persone indagate a piede libero si starebbero avvicinando le manette.

Riguardo al proselitismo estremista ci sono elementi su cui gli inquirenti stanno tentando di fare luce. Nel maggio 2011, infatti, a casa di uno degli arrestati, Ahmad Khalouf, oltre ai documenti falsi, è stato trovato un libricino intitolato "Maalim Al Jihad", che tradotto significa "Le caratteristiche del Jihad”. Un documento "prestato" dall'ex imam di San Donà di Piave, che a sua volta nel 2006 aveva aggredito S.L., cittadino tunisino, "reo" di voler sposare una donna non musulmana.

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