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Cronaca

"Faccia d'Angelo", critiche continue: "Solo speculazioni sul nostro dolore"

La presidente dell'Associazione delle vittime del dovere Emanuela Piantadosi sulla fiction Sky andata in onda ieri sera: "Noi orfani, vedove e genitori senza più figli non veniamo considerati"

Famiglie "costantemente umiliate" da parte di "speculatori del dolore" che permettono "a volgari assassini di assurgere al ruolo di protagonisti e modelli di vita". È la denuncia dell'Associazione vittime del dovere - che unisce le famiglie di caduti e invalidi appartenenti alle forze dell'ordine e alle forze armate colpiti dai criminali durante lo svolgimento dei propri compiti istituzionali - contro la miniserie "Faccia d'Angelo" dedicata al boss della mala del Brenta Felice Maniero andata in onda ieri sera su Sky Cinema 1.

Nella miniserie, sostiene la presidente Emanuela Piantadosi, Maniero viene definito "abile e ambizioso, in grado di tenere banco sulle pagine di cronaca nera per anni, con colpi efferati, rapine spettacolari e clamorose evasioni". Da tempo, afferma "la tv e il cinema hanno fatto propria una nuova 'epica criminale' che gira intorno ai nomi reali della malavita e ripropone le 'imprese' di assassini senza scrupoli, legittimando la figura di eroi negativi".

Ma così facendo "le famiglie delle vittime vengono costantemente umiliate" e "quando i familiari, alzando la testa, tentano di proporre riflessioni di carattere etico e storico a chi ha come unico obiettivo l'audience e il 'fare cassetta', vengono spesso accusati di nutrire risentimento e quindi relegati al ruolo di scomodi fardelli che ostacolano arte e libertà di espressione".

Il risultato, prosegue Piantadosi, è che "la realtà quotidiana di noi orfani, vedove e genitori di coloro che hanno donato la propria vita per lo Stato non è considerata", senza contare che "se anche un solo ragazzo affascinato da modelli negativi, mette in pratica i crimini proposti da taluni film o miniserie, perché tollerati dall'indifferenza dell'opinione pubblica, allora significa che la collettività ha fallito".


"Se tali vicende devono essere necessariamente raccontate - conclude Piantadosi - allora è importante farlo nella maniera corretta, resistendo alla tentazione di creare degli eroi, di giustificare azioni disgustose e realizzando un racconto contestualizzato, basandosi sulla realtà dei fatti e sulla cruda psicologia degli assassini. Si deve mostrare ciò che è accaduto realmente e i veri effetti che si sono prodotti nella vita reale delle vittime e degli stessi criminali. Solo così il problema della glorificazione e del rischio di emulazione sarà evitato". (Ansa)

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