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Galan scatenato e contro tutti: "Pronto a tornare in Parlamento"

Parla l'ex governatore, arrestato nell'inchiesta Mose. Spiega di voler tornare in Aula dal 15 luglio e di non dover nulla allo Stato. Poi se la prende con il M5S

Nessun rimorso, Giancarlo Galan torna alla carica più determinato di prima. Dopo lo scandalo Mose, dopo le tangenti milionarie contestate nelle lunghe inchieste, dopo la "Tangentopoli veneziana", ma soprattutto a pochi giorni dal termine della carcerazione preventiva, l'ex "doge" veneto torna a parlare. E a far parlare di sé, con una intervista rilasciata al Corriere del Veneto che è destinata probabilmente a risollevare le polemiche.

Perché l'uomo che per 15 anni è stato saldamente al comando della Regione Veneto non intende arretrare di un passo sulle sue posizioni: a chi chiede le sue dimissioni risponde che lui a questo Parlamento non deve più nulla, e non intende lasciare il suo scranno da deputato né la presidenza della commissione Cultura alla Camera. Aspetta solo il 15 luglio, giorno in cui scadranno i termini della carcerazione preventiva, per tornare a occupare il suo posto in Aula.

La stoccata va al Parlamento, che secondo Galan non gli ha permesso di difendersi e lo ha fatto arrestare mentre era in ospedale; ma anche contro il Movimento 5 Stelle, cui rimprovera di sollevare polemiche pretestuose: "Si vergognino", avrebbe sbottato l'ex governatore, ricordando che la legge gli dà il diritto di restare al suo posto fino alla sentenza definitiva. E in effetti la Costituzione tutela la libertà di mandato di ogni parlamentare, mentre la legge Severino stabilisce che per la decadenza di deputati e senatori debba esserci la condanna definitiva, oltre al voto della Camera di appartenenza.

Insomma, per Galan c'è un accanimento incomprensibile nei suoi confronti. Le dichiarazioni arrivano proprio nei giorni del primo anniversario della "retata storica", un anno dopo quel 4 giugno 2014 in cui la guardia di finanza si presentò alle porte dei 35 indagati, tra politici e imprenditori, per la notifica dei provvedimenti d'arresto. Nelle settimane successive l'ex governatore riuscì a patteggiare la pena e fu destinato agli arresti domiciliari, oltre a dover restituire 2,6 milioni di euro.

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