Risarcita di 12mila euro per un sinistro: assicurazione pagherà la "causa in mala fede"

È la sentenza di un giudice di pace di San Donà, in merito ad un incidente che ha coinvolto una 46enne nel 2013. La compagnia dovrà pagare anche le spese per "lite temeraria"

La sede del giudice di pace

Un giudice di pace di San Donà di Piave condanna la "cattiva condotta" di una compagnia assicurativa, applicando quanto previsto dagli articoli 96 e 642 del codice di procedura civile per punire la cosiddetta “lite temeraria”, quando cioè qualcuno decide di resistere o di agire in giudizio senza che ve ne siano i presupposti, con “mala fede o colpa grave”. Un risarcimento nel risarcimento.

I fatti. Una 46enne di San Donà di Piave, nel maggio 2013, è ferma con la sua auto ad un semaforo della sua città, quando all'improvviso viene tamponata da un'altra automobilista del posto, riportando, tra l'altro, una distorsione al rachide cervicale, oltre ai danni alla macchina. La danneggiata, per far valere i propri diritti, si rivolge a Studio 3A, che apre il sinistro e chiede subito i danni alla compagnia, che peraltro è quella che assicura la stessa auto della signora tamponata.

La dinamica dell'incidente è pacifica, anche le lesioni fisiche riportate vengono tutte certificate, "ma la compagnia - spiegano da Studio 3A - se ne esce con una proposta 'irricevibile' di appena 350 euro, quando le sole spese mediche sostenute sfiorano i duemila euro, e a nulla valgono i tentativi di intavolare una trattativa". Risoltasi senza un accordo anche la procedura dell'Accertamento Tecnico Preventivo (ATP), alla signora non resta che procedere con una causa di merito tramite il proprio legale. Prima di andare in giudizio, tuttavia, resta ancora la possibilità di una soluzione bonaria attraverso la negoziazione assistita, ma la compagnia nel 2015 risponde picche anche a quest'invito.

Risultato, si va davanti al giudice di pace che, con sentenza del gennaio di quest'anno, dà ragione alla danneggiata su tutta la linea, confermando quanto era già stato stabilito dal Consulente Tecnico d'Ufficio e riconoscendole un danno biologico permanente del 2,5%, più svariati giorni di temporanea, il danno morale, le spese mediche, quelle delle varie consulenze medico legali, quelle legali e anche stragiudiziali, per un totale di circa 12mila euro da aggiungere ai 350 iniziali trattenuti come acconto.

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Il giudice, tuttavia, ha inteso liquidare alla 46enne ulteriori mille euro per la “lite temeraria”, decidendo di resistere in giudizio. “L'articolo 4 del Dl 132/2014 - motiva l'avvocato della 46enne - prevede che la mancata risposta all'invito o il suo rifiuto può essere valutato dal giudice ai fini delle spese di giudizio". Una condotta che secondo il giudice "va sanzionata con una somma pari alla metà di quella liquidata a titolo di compenso per le spese di lite": altri mille euro, appunto, che andranno alla danneggiata come ulteriore risarcimento per essere stata costretta ad avviare un'azione legale che si poteva evitare, che ha ritardato di altri due anni la chiusura del contenzioso e che ha comportato ulteriori costi.

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