Imprenditori picchiati e costretti a stare alle regole: «Comportati bene o ti spariamo»

L'indagine sulla ndrangheta in Veneto. I malavitosi avevano messo in piedi un sistema di fatture false e frodi fiscali: chi non stava al gioco veniva menato e minacciato di morte

Botte per convincere gli imprenditori a stare alle regole del gioco. Mario Vulcano e Tobia De Antoni, quarantenni, il primo crotonese, l'altro nato a San Vito al Tagliamento e residente a Fossalta di Portogruaro, sono accusati di aver menato le mani, se necessario. Oppure di avere utilizzato le minacce, ad esempio contro il trevigiano Stefano Venturin, nel 2013.

Minacce e metodi mafiosi

Poco prima avevano picchiato un altro imprenditore, Roberto Alfieri, accusandolo di non aver rispettato gli accordi. Quindi minacciano Venturin di riservargli lo stesso trattamento. Non solo a lui, ma anche alla moglie e al figlio. Gli dicono: «A Roberto non lo chiamare più, perché mo' è in ospedale, lo abbiamo appena picchiato. Lo dovevi sentire: 'aiuto aiuto, mi vogliono uccidere', per strada come un gatto gridava. Mentre prendeva le botte ha pensato a te. Gli sono caduti due denti. Mi ha detto 'ma se sbaglio un'altra volta che fate mi accoltellate?' Gli ho detto 'nooo, ti spariamo! Comportati bene che non ti tocca nessuno'». Alfieri, effettivamente, «a seguito delle percosse subite in data 8 maggio 2013, riportava l'avulsione di due denti e un deficit visivo per diplopia». Naturalmente, come si legge nell'ordinanza firmata dal gip, con le loro parole Vulcano e De Antoni «hanno evocato in Venturin la possibilità di essere malmenato al pari di Alfieri». Così avrebbero posto l'imprenditore trevigiano «in uno stato di assoluta soggezione», costringendolo a pagare: Venturin versa a Vulcano 20mila euro, poi altri bonifici e assegni per oltre 10mila euro. Venturin, oltretutto, era già stato picchiato il 2 aprile dello stesso anno. Non da Vulcano e De Antoni, bensì dai Bolognino.

«Nessuno scrupolo»

Il "lavoro sporco", però, nella maggior parte dei casi veniva evitato. La ricostruzione del sostituto procuratore Paola Tonini e del gip Gilberto Stigliano Messuti mostra che c'erano imprenditori che offrivano piena collaborazione agli esponenti della cosca calabrese, occupandosi del riciclaggio del denaro sporco tramite le proprie società con sede in Veneto. «Nessuno scrupolo», si legge, hanno avuto Leonardo Lovo e Adriano Biasion, «che hanno anzi dimostrato di integrarsi pienamente con la realtà criminale nella quale operavano comprendendone e condividendone profili e modalità». In un'occasione, parlando di uno dei calabresi del clan, Lovo riferisce alla fidanzata: «Sembra un boss qua... calabrese è un calabrese».

Cartiere e operazioni inesistenti

Un'altra ditta, quella di Eros Carraro (59 anni, nato a Jesolo e residente a Spinea), avrebbe ricevuto fatture di acquisto dalla TRS srl, società "cartiera" costituita dall'associazione mafiosa. Quella di Carraro sarebbe una delle ditte a cui i Bolognino avrebbero garantito «la disponibilità a offrire denaro contante derivante da reati fiscali, da utilizzare come fondo occulto consentendo di ridurre l'imposizione fiscale utilizzando fatture emesse a fronte di operazioni inesistenti». Figurano operazioni da 24.500 euro nel 2013, 16mila euro circa nel 2014.


 

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